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VENEZIA 2005 - MOSTRA DEL CINEMA…

  • Data di pubblicazione 01 ottobre 2005
  • Autore Magè Avanzini
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Dopo il caos e le polemiche dello scorso anno, Marco Müller, direttore della 62. Mostra del Cinema di Venezia, aveva promesso un Festival pieno di glamour, snello, con segnaletica chiara, orari precisi. E i film? Sulla carta il menù non pareva sconvolgente anche perché - a detta dei critici - il cinema occidentale è stanco e l’esistente con cui doveva confrontarsi il Festival è modesto.
Io che non sono una critica posso solo dire che la rassegna allestita da Müller è stata assai pudica: niente sesso esplicito, etero o omo che fosse, ma solo intuìto, e sostituito a piene mani da drammi familiari, meno cruenti ma non meno crudeli, dove l’abbandono e la solitudine l’hanno fatta da padrone. Questa è certamente una novità che ci può far riflettere su un clima censorio che si respira ovunque e sul tema della famiglia, da difendere anche quando si rivela contenitore deserto e cieco di quanto avviene nel suo interno.
E l’organizzazione? Rispetto allo scorso anno, certamente migliore: prezzi sotto controllo, meno code - anche se la Sala Grande è rimasta fuori portata degli "accreditati", bagni nuovi dove poter tranquillamente (?) esercitare le normali funzioni fisiologiche. Tranquillamente? Non proprio, perché per qualche oscuro motivo le porte dei suddetti bagni erano prive di chiavi (personalmente per due volte mi sono trovata di fronte una signora con le mutande in mano…). Dato che poi sia i bagni maschili (quelli nuovi), sia quelli femminili (pure nuovi) hanno tracimato trasformandosi in un lago maleodorante, c’è da chiedersi se non ci sia qualche maledizione che potrebbe essere esorcizzata con la progettazione del nuovo Palazzo del cinema a forma di gigantesco water. Questo è stato il provocatorio suggerimento di Alberto Crespi, dato che tutti i big della politica parlavano del nuovo Palazzo: «ma i soldi non ci sono» (Buttiglione dixit), «nel governo si trova un allarmante muro di insensibilità» (Croff), «chissà se Venezia riuscirà a tener testa alla concorrenza di Roma» (Cacciari), «Veltroni è come Nerone che vuole bruciare il Festival del Cinema di Venezia sull’altare della rinascita della capitale» (Galan).
Tra tutto questo dire, l’atmosfera si è mantenuta fiacca, le misure di sicurezza messe in atto per sventare possibili atti terroristici hanno rallentato gli ingressi, l’attesa frenetica dei divi è cosa del passato, tanto si vedono alla televisione.
Lello Bersani, pioniere del giornalismo cinematografico, nel film omaggio che gli ha dedicato Antonello Sarno ("L’Uomo col Microfono"), in una immagine di repertorio invitava a un esame di coscienza, denunciando come la passerella per le star fosse una barriera insensata tra la gente del festival e quella comune. Oggi i controlli con il metal-detector, i maxischermi dove virtualmente vedi i divi, le pattuglie di poliziotti con scudi e manganelli, i leoni che ti tolgono la vista (anche se sono stati abbassati), tutto questo ha creato stanchezza: avevi voglia di tornare a casa e accontentarti di Marzullo.
Ho trovato molto divertente e molto azzeccata la nuova sigla-fumetto di tutti i film del festival: un leone un po’ malmesso che con un pugno rompe lo schermo della TV per estrarne una lattina con il logo della Mostra del Cinema. Il leone è malmesso, la Mostra pure, soffre di tanti mali. Ma diciamo la verità: la Mostra dichiara 62 anni, ma è nata nel 1932 e se la matematica non è un’opinione, gli anni li dimostra proprio tutti...