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VENEZIA 2006 - IL CONCORSO PRINCIPALE

  • Data di pubblicazione 24 ottobre 2006
  • Autore Roberto Bechis
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

In un clima sottotono come si è vissuto nell’ultima edizione della Mostra di Venezia, anche le premiazioni hanno subìto minore visibilità, tanto che La Repubblica è stato uno dei pochi quotidiani nazionali a riportare la notizia dei premi anche con un occhiello in prima pagina.
Ed è un vero peccato, perché, se il livello medio dei film presentati era piuttosto basso, alcune opere, tra cui quelle premiate con i Leoni, sono veramente valide e meritevoli. Un peccato anche perché la notorietà e il richiamo informativo quasi sempre fanno sì che un film ottenga la distribuzione anche in Italia.
Troppo spesso, infatti, purtroppo accade che persino film presentati in Festival importanti come quello di Venezia non possano essere visti nelle sale, perché privi di un distributore. Per fare un esempio recente, il film di apertura di questa stagione del Circolo del Cinema, il bellissimo e profondo  I re e la regina di Arnaud Desplechin, con un cast eccezionale e presentato a Venezia nel 2004, per due anni non ha trovato distribuzione e solo ora il pubblico dell’Associazione ha potuto ammirarlo in prima visione per Verona.
Ma veniamo ai film premiati, che, al di là della classifica che ha destato malumori, hanno avuto il consenso sia della Giuria che della Critica e del Pubblico, cosa non usuale per il Festival di Venezia.
Un’altra novità è la moltiplicazione dei premi, per cui siamo arrivati a 10 premiati su 22 film in concorso: un eccesso che rischia di banalizzare i (pochi) riconoscimenti effettivamente meritati. Per cui noi parleremo solo dei tre Leoni, che in realtà quest’anno sono diventati quattro.
Iniziamo dal Premio Speciale della Giuria, assegnato ad un’opera che ha destato grande emozione a 19 anni di distanza dall’ultima partecipazione del continente africano alla vetrina veneziana: Daratt del regista Mahamat-Saleh Haroun è una coproduzione Ciad/Francia/Belgio, ed è proprio nel Paese africano che si svolge la difficile storia, attuale, di un giovane che cerca di superare l’odio dell’appena terminata guerra civile che ha sconvolto il suo Paese e la sua famiglia.
La battaglia personale del ragazzo è contro la voglia di vendetta, che lo porta ad andare a lavorare per l’omicida di suo padre con l’intenzione di assassinarlo. Battaglia che vincerà a poco a poco, convincendosi a superare il desiderio di violenza che lo pervade. Ci riuscirà con un gesto simbolico che onorerà la memoria del padre, senza infangare il figlio in una spirale di violenza, e iniziando una dolorosa riappacificazione. Il film è stupendo nella sua semplicità e immediatezza, con una attenzione estrema nei particolari e nella recitazione: emozionante e coinvolgente.
Per l’impossibilità di assegnare un Leone d’oro ex aequo, si è inventato uno sdoppiamento dell’argento. Così è stato creato appositamente dalla Giuria un “Leone d’argento Rivelazione” da assegnare a Nuovomondo - Golden Door di Emanuele Crialese: finalmente di nuovo un film italiano tra i premiati a Venezia. Premio rivelazione che è più che altro un forte segnale di incoraggiamento per le scelte registiche di questo autore, considerato che Crialese è alla sua terza pellicola e che l’opera precedente, Respiro, aveva partecipato nel 2002 al Festival di Cannes, vincendo la Semaine de la Critique.
Il film - si sa già che rappresenterà l’Italia agli Oscar - racconta uno dei momenti più importanti della nostra storia: l’emigrazione di decine di migliaia di Italiani verso le Americhe all’inizio del Novecento. Sceneggiatura e scenografie splendide per una pellicola importante, sicuramente destinata al successo.
Discorso a parte sul Leone d’argento per la regia ad Alain Resnais per Private Fears in Public Places: un’attribuzione apparsa in realtà come premio alla carriera del (84 anni) regista, considerato che il film in sé è sicuramente una delle sue opere meno interessanti. Ma non è riduttivo il Leone d’argento per la regia ad uno dei più grandi registi francesi?
Still Life (Sanxia Haoren) del regista cinese indipendente Jia Zhang-Ke ha vinto il Leone d’oro: una vittoria a sorpresa (altre erano le opere pronosticate), ma pienamente meritata e all’assegnazione non sono seguite polemiche particolari. Rimasto fuori catalogo (mentre nella sezione “Orizzonti” figurava un’altra pellicola di Jia, Dong “Oriente” sul lavoro di un pittore nella zona delle Tre Gole che fornisce l’ambientazione anche al film vincitore), Still Life era stato inserito nel concorso a metà rassegna dal direttore della Mostra ed era stato trascurato dai media, ma al momento delle votazioni è riuscito a battere il film di Crialese, che era piaciuto molto ai giurati.  Still Life narra con occhio critico i rapidi cambiamenti, economici e sociali, della Cina dei nostri giorni; cambiamenti che spesso, con la brutalità della modernità esasperata, cancellano interi villaggi con la conseguente distruzione delle tradizioni e la disgregazione dei tessuti sociali. Molto accurata la sceneggiatura e partecipe la recitazione, un importante successo per un regista le cui opere erano vietate nel proprio Paese fino a pochi mesi orsono.

Infine, rimane un rammarico: va bene l’attenzione di Müller per il cinema asiatico, ma perché, ad esempio, nessun film dalla prolifica India e poco o nulla dal vasto mondo cinematografico sudamericano?