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VENEZIA 2006 - LA SETTIMANA DELLA CRITICA

  • Data di pubblicazione 24 ottobre 2006
  • Autore Anna Pasti
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

La potenza dei produttori quanto conta? Questa è la domanda che ci si pone prima ancora di vedere il film A Guide to Recognizing Your Saints (ancora non si conosce il titolo in italiano ma sarà distribuito) di Dito Montiel, che ha vinto senza difficoltà la ventunesima edizione della Settimana della Critica, rassegna fondata dal Sindacato dei Critici cinematografici e collaterale alla Biennale Cinema di Venezia. Il film è stato presentato in una sala strapiena con un pubblico evidentemente motivato (la sottoscritta in primis) anche dalla rinomanza dei produttori: il musicista Sting e la moglie Trudi Styler. La Styler ha raccontato di essersi innamorata del romanzo autobiografico di Montiel, di averne discusso a lungo con l’autore-regista, per poi selezionarne insieme solo alcune delle tante emozioni suscitate dal libro e rese in seguito nella pellicola. L’autobiografia di Montiel avrebbe, a sentir lei, materiale per molti altri film.
La storia tratta di un’estate del 1986 in un quartiere di  New York, durante la quale scorribandano faticosamente Dito e i suoi amici. Si tratta del noto ripercorrere storie di adolescenze cruente modello Quei bravi ragazzi di Scorsese?
Ebbene no, e per un motivo squisitamente tecnico dato che il regista inquadra così frontalmente e in modo ravvicinato da non permetterci nessuna estraneità al soggetto. E così ci si dimentica tutti i film visti su soprusi e bullismo e diventa inevitabile proiettarsi dentro le anime spesso sporche dei protagonisti e concentrarsi sull’arte dell’arrangiarsi. La vita per degli adolescenti non è facile nei Queens, ogni parola sbagliata può essere una miccia in grado di provocare una rissa, un gesto inopportuno può avere conseguenze irreparabili. E così assistiamo a prove di forza tra gruppi rivali, in cui Dito, Antonio, Giuseppe e Mike sono sì un gruppo compatto e solidale, ma in realtà ciascuno mantiene una propria sfera di desideri che lo porta a contrapporsi e a testare le proprie capacità. Antonio, violento e a sua volta vittima del padre, vorrebbe proteggere Dito e finisce in prigione per rissa, mentre il fratello Giuseppe muore sotto i binari della metro per provocazione. Mike, con il quale Dito esercita talvolta il mestiere di dog-sitter, vorrebbe andare a Los Angeles a suonare in una band e finisce ammazzato per questioni di denaro. Particolarmente ben delineato e convincente il rapporto tra il sedicenne protagonista aspirante scrittore e il padre ex pugile che nulla comprende del desiderio del figlio di evadere dal quartiere. Con espressione atona e linguaggio quasi monosillabico, il padre (uno splendido Chazz Palmintieri) esprime la violenza prepotente del genitore che vorrebbe che il figlio ne seguisse le orme. I giovani attori sono stati in gran parte ingaggiati direttamente in quartiere. Tra gli altri spiccano il protagonista da adulto (Robert John Downey, Jr) e la madre impersonata da Dianne Wiest, spesso interprete nei film di Woody Allen. Chissà se questo film avrebbe vinto questa rassegna e il Sundance Film Festival di Robert Redford, se non fosse stato prodotto da Sting. Certo è che il produttore, che è colui che tira fuori i quattrini, è fondamentale nella creazione di un film.
Se scorriamo le storie degli altri film in concorso nella rassegna, alcuni sono di così modesta levatura da far impensierire anche lo spettatore più ben disposto ed è effettivamente difficile interpretare il criterio adottato nelle scelte dei selezionatori. Procediamo in ordine di visibilità, dal peggiore al migliore.
Dall’Ungheria arriva Egyetleneim del regista Gyula Nemes, storia di un ragazzo che insegue e abborda in modo ossessivo numerose donne nelle strade di Budapest, mentre l’unica che forse può amare lo lascia, costringendolo a riprendere il suo errare senza meta alla ricerca di altri fugaci rapporti. Purtroppo i 4500 brani musicali montati nell’arco dei 76 minuti di proiezione non sono sufficienti a trasformare un lungo videoclip in un film.
Dalla lontana e prolifica Taiwan spunta Cheng Yu-chieh con il suo Yi Nian Zhi Chu, in cui un regista cerca un finale per il suo film, un assistente del set si innamora di un’attrice, un immigrato è in attesa di tornare nel suo paese di origine, un uomo si sente minacciato di morte... Strutturato con salti cronologici e frammenti disgregati della memoria, il film è talmente caotico che seguire i destini dei vari personaggi diventa una missione impossibile.
El Amarillo dell’argentino Sergio Mazza è nato senza una sceneggiatura dopo aver sentito cantare Gabriela Moyano, che, effettivamente, ha una bella voce calda, ma che non può reggere l’ora e mezza. Il film ruota intorno alla barista-usignolo e a un bar-bordello in un paesaggio desolato. Dopo esserci sorbiti tutta la proiezione in sala, anche uno dei selezionatori ha ceduto al fastidio e ha chiesto se le riprese erano sfocate per mancanza di strumentazione adeguata o per scelta registica. Il regista ha onestamente ammesso di aver avuto a disposizione 1000 dollari e con quelli si è arrangiato. E si vede.
Si va un po’ meglio durante la visione di Sur la trace d’Igor Rizzi, del canadese Noël Mitrani. In un paesaggio di periferie che potrebbe essere ovunque, un ex calciatore imbranato accetta l’incarico di uccidere l’Igor Rizzi del titolo per estinguere una serie di debiti. Naturalmente non ne è capace e la macchina da presa ne registra freddamente i fallimenti. Una scenetta spiritosa desta qualche risatina, quando il vero assassino si finge poliziotto per sottrarre delle informazioni al killer in divenire. Per il resto, il film risente dell’influenza dei Cohen e ricorda Fargo in più riprese. Anche qui pochi fondi e produzione all’osso, evidente nei 180 piani al posto dei consueti 1000-2000.

Sempre dall’Est Europa, questa volta dalla Polonia, arriva Hyena, pellicola ben più convincente e interessante. Girato da Grzegorz Lewandowski in Slesia, regione mineraria e industriale oggi abbandonata dalle aziende statali, la pellicola è molto scura, quasi spenta. Secondo i canoni delle fiabe dei fratelli Grimm, il protagonista ragazzino cerca e contemporaneamente sfugge l’uomo-iena che si aggira nei boschi spaventando e turbandone le notti; il bambino è orfano di padre, alla ricerca di altre figure di riferimento e alle prese con il passaggio dall’età della paura a quella del coraggio. In sostanza, il film è un connubio riuscito tra un horror americano e un film di tradizione polacca; lo definirei quindi un “horror molto polacco”. Il budget di produzione ha previsto 350.000 dollari finanziati dall’Istituto Cinematografico Polacco.