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VENEZIA 2006 - LE GIORNATE DEGLI AUTORI

  • Data di pubblicazione 01 dicembre 2006
  • Autore Laura Pasetto
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

Terza edizione di questa sezione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che ha proposto tredici pellicole, nove delle quali in anteprima mondiale assoluta, provenienti da quattro continenti, Africa, America Latina, Asia ed Europa, di autori nuovi che affrontano temi sì molto diversi, ma in un certo qual modo legati sia dalle tecniche narrative e dall’uso delle nuove tecnologie sia soprattutto dal senso di disgregazione, di incertezza profonda che pervade, in modo sempre diverso, quasi ognuna di esse.
Una rassegna particolarmente interessante, perché offre allo spettatore notevoli spunti critici con appuntamenti post proiezione, il dibattito in sala con tutte le componenti della realizzazione del film, registi, attori, sceneggiatori o produttori, ma anche incontri di approfondimento nella “Villa degli Autori”, uno spazio appositamente creato nel villaggio della Mostra. Non si è discusso solo delle opere presentate, è stato dato molto spazio a temi “politici” per affrontare in modo serio e costruttivo le difficoltà che sta incontrando in questi ultimi anni non solo il cinema italiano, ma quello europeo più in generale.
Unico documentario di queste “Giornate” il film italiano L’udienza è aperta di Vincenzo Marra, già a Venezia nel 2005 con l’acclamato Vento di terra, ed accompagnato in sala dall’autore del libro “Gomorra”, Roberto Saviano, ora sotto scorta delle forze dell’ordine proprio per la sua campagna di denuncia contro la camorra. Il presidente della Corte d’Appello di Napoli, dottor Lignola, il giudice a latere dottoressa Giordano e l’avvocato difensore Martucci dibattono in un’aula di tribunale un caso di omicidio avvenuto molti anni prima nel casertano. Il centro della pellicola non è certo il caso giudiziario, il tema è la giustizia analizzata dai diversi punti di vista e dalle diverse personalità dei tre protagonisti. Marra li segue sia nelle fasi processuali, sia soprattutto nei momenti di pausa in cui raccoglie le considerazioni e le idee che questi hanno sulla situazione della giustizia italiana.
La struttura alterna le fasi processuali, sia in aula che in camera di consiglio con la giuria popolare, alle considerazioni/confessioni dei tre “personaggi” che disquisiscono sul valore della giustizia, se debba essere punitiva o riabilitativa, sulle sue lungaggini, sul degrado strutturale e burocratico che devono quotidianamente affrontare (i numeri telefonici degli uffici sono annotati sui muri, le aule al mattino sono sempre chiuse, mancano i documenti...); altri problemi quali la discrezionalità della pena che va ad alimentare spesso i sospetti sulla parzialità politica di alcuni magistrati, ma soprattutto ci si interroga sui motivi delle affiliazioni alla camorra. 
E qui la risposta è unanime: economia, gli interessi ed i benefici economici di quella che ormai è diventata una vera e propria “azienda” sono ciò che spinge ad entrare in questa organizzazione criminale. Non è dato sapere come sia finito il processo, e, in fondo, allo spettatore poco importa.
Marra, al secondo documentario, ci offre una coraggiosa (da sottolineare a questo proposito che i tre protagonisti hanno collaborato spontaneamente in una condizione ambientale rischiosa) e lucida analisi sulla giustizia in un momento in cui è diventata argomento quasi quotidiano di discussione sui media, ma in modo diametralmente opposto al più famoso documentarista americano Michael Moore (Fahrenheit 9/11 e Bowling for Colombine): il regista napoletano non si pone “contro qualcosa”, non racconta i fatti per dimostrare la propria posizione ma indaga la realtà e la ripropone esattamente com’è. Infatti, nell’andamento del film molti sono i momenti morti, le pause, ma tutto è documentato e riproposto sullo schermo.
Con pochi elementi è riuscito a fornire al pubblico un ritratto dei protagonisti, è riuscito a fornire le linee guida per capirne la mentalità e la vita stessa: il giudice Lignola, uomo di destra e con idee decisamente maschiliste e retrograde (splendida la battuta: «se una donna non fa figli, a che cacchio serve?»); la dottoressa Giordano, donna tenace ed innamorata del proprio lavoro, con grande fiducia nella giustizia. È un forte grido che vorrebbe smuovere le coscienze e destare l’attenzione su quello che ormai è diventato un vero e proprio “sistema - camorra” infiltratosi nell’economia dell’Italia tutta.
Sempre italiano, Come l’ombra è invece il secondo lungometraggio di Marina Spada, già aiuto regista nel film di Benigni e Troisi Non ci resta che piangere, ed è la storia di tre solitudini, di due donne, Claudia e Olga, e di un uomo, Boris, che vivono insieme un’estate milanese. Claudia è la classica single trentenne che lavora in un’agenzia di viaggi, studia il russo ed ha un gruppo di amici con cui trascorrere un po’ di tempo. Per fare un piacere al suo insegnante di russo Boris, dal quale è attratta, ospita la di lui cugina ucraina per qualche giorno. Tra le due, dopo un’iniziale freddezza, la complicità cresce, finché la giovane scompare nel nulla. Claudia, sollecitato invano Boris in un’altra città per lavoro, inizia le ricerche dell’amica e, temendo il peggio, si rivolge alla polizia che la ritrova e conferma i peggiori presentimenti.
Questa pellicola propone allo spettatore un nuovo concetto di “invisibili”, infatti come spiega la stessa regista «ognuno nella vita è spesso invisibile agli altri, e pur non essendolo forse a coloro che sono più vicini, spesso ci sentiamo “non visti”, come l’ombra appunto». Nell’incontro con Olga l’altra protagonista inizierà un viaggio interiore, che la porterà ad affinare la propria sensibilità migliorando il relazionarsi con gli altri, ma anche un vero e proprio viaggio, nella ricerca dell’amica, in situazioni e comunità a lei estranee che la porteranno a scontrarsi con realtà dure e tristi. Non emette certo giudizi morali, ma, anzi, permette a questa nuova consapevolezza di renderla più sicura, più spontanea ed aperta alla vita.
Si tratta di un film particolare per il taglio delle inquadrature, decisamente non convenzionale, e per la gestione dei dialoghi; spesso lo spettatore segue solo parte di questi perché fatti scivolare dietro un vetro, o il lunotto di un’auto, e quindi lasciati all’intuizione e all’interpretazione in base agli accadimenti. Splendida la fotografia di Gabriele Basilico, che regala in una Milano quasi disabitata colori caldi ed atmosfere di rilassata semplicità certo non caratteristiche per una metropoli così grigia e caotica come il capoluogo meneghino.
 Sei delle sette opere d’esordio presentate in questa rassegna sono europee. La prima, dello svedese Jesper Ganslandt, Farväl Falkenberg (Addio Falkenberg), che è stata scelta a rappresentare la Svezia agli Oscar 2007, racconta l’ultima estate che cinque ragazzi, Holger, Jesper, David, John, Jörgen, presumibilmente trascorreranno insieme nella piccola città della provincia svedese, Falkenberg appunto. I cinque amici, tra partite di calcetto, serate trascorse in compagnia, si trovano ad affrontare quella che, lentamente durante il film, diventa una certezza sempre più opprimente: il futuro è lì davanti, loro si separeranno e faranno nuove esperienze, nuove amicizie, ma, soprattutto, quello che è stato non potrà più essere, se non ognuno nella propria memoria. Ogni carattere darà la propria risposta: chi in modo positivo, semplicemente accettando il cambiamento ed andando avanti, ma c’è anche chi non troverà la forza di staccarsi dal proprio passato.
È la storia di un’amicizia, di una vicenda personale narrata attraverso i propri “momenti speciali”, di una cittadina apparentemente perfetta che avrebbe dovuto proteggere i propri ragazzi con il  benessere e la natura incontaminata e di quella soffocante e inesorabile sensazione che “il tempo delle mele” stia per finire.
Realtà e finzione si uniscono in questo film di ampio respiro, la libertà del tema e dei personaggi corrisponde alla libertà della struttura narrativa: la storia principale, infatti, è inframezzata, grazie ad un ottimo e molto lungo lavoro di montaggio, da molte immagini di raccordo e flash sulle situazioni familiari, in cui il paesaggio incontaminato della campagna scandinava partecipa quasi alle avventure dei giovani con i propri rumori e colori a volte freddi e umidi, a volte caldi e rassicuranti. I protagonisti interpretano se stessi e rappresentano la quotidianità vera di un gruppo di amici di quell’età, senza fronzoli cinematografici, con i drammi ed i momenti di condivisione profonda che vivono in modo diverso e con sensibilità diverse. È il racconto di quello che ciascuno spettatore ha vissuto: la scelta tra buttarsi nel futuro senza guardarsi indietro o vivere nel ricordo e spesso nel rimpianto del passato.
Notazione curiosa raccontata del regista su come sia stato realizzato questo film a bassissimo costo: il cast e Ganslandt sono tornati a Falkenberg ed hanno vissuto assieme, alcuni sono tornati invece a casa dai genitori, per circa due mesi e mezzo, condividendo quindi ogni momento della produzione e della post produzione; questo senso di unione, di  complicità traspare perfettamente dallo schermo. Strano invece che pochi spettatori, e quei pochi ne discutevano al termine della proiezione, abbiano pensato a quanto il David qui tratteggiato sembri modellato sul compianto leader dei “Nirvana” Kurt Cobain, sia dal punto di vista più scioccamente estetico, biondi entrambi, magri ed allampanati, entrambi spesso con maglie a righe orizzontali, sia dal punto di vista emotivo e caratteriale, introversi, problematici, autodistruttivi, che affidano alla scrittura la propria interiorità e la verità del proprio io. [Le foto che compaiono durante i titoli di coda, sono le foto che ciascuno di noi ha nell’armadio e che riguarda per ritrovare la pace e l’incoscienza di quel passato che mai tornerà].
Offscreen, del regista danese di Allegro presentato a Venezia l’anno scorso, Christoffer Boe, vuole essere una provocazione, uno spunto di riflessione per la società del “Grande Fratello” sul mezzo di comunicazione, la telecamera, e sul valore del mezzo stesso.
L’attore Nicolas Bro decide di filmare con una telecamera digitale ogni istante della propria vita, compreso il difficile rapporto con la moglie Lena, per realizzare un film “terapeutico”. La donna non riesce ad accettare la presenza costante della camera e decide di lasciare il marito. L’ossessione per il film lo porterà a perdere lentamente ogni legame con il mondo reale (oltre alla moglie lo abbandonano gli amici, i colleghi e perderà anche il lavoro), per trascinarlo poi nel baratro della follia e della degradazione più infima.
Pellicola sperimentale, che si interroga sul significato stesso del fare cinema, del valore della rappresentazione in un mondo invaso dalle telecamere in cui è facile trovare il proprio doppio, un attore che decide di girare la propria vita spingendosi oltre ogni limite, diventa una metafora della società dell’immagine: cos’è oggi l’immagine? Chi decide chi o cosa riprendere? Queste le domande suscitate da ogni singola inquadratura. 
Tutto girato in digitale con camera a mano dallo stesso attore protagonista che, quindi, ha avuto grande libertà di azione sia per quanto riguarda la recitazione, sia per quanto riguarda la gestione stessa, in senso fisico, del mezzo cinematografico. È un film “in divenire” come ha spiegato il regista stesso, non c’era inizialmente una sceneggiatura definita, c’era l’idea di voler mettere in discussione le moderne tecnologie, le nuove forme narrative ed il loro significato attraverso la discesa nell’abisso di Nicolas. Unica pecca di un lungometraggio molto intenso, le scene finali decisamente forti, si scivola forse nello splatter, anche se molte sono state tagliate proprio perché eccessive.
È una prima mondiale www, what a wonderful world di Faouzi Bensaïdi, autore di Mille mois presentato a Cannes nel 2003; è il surreale racconto di uno scorcio di vita di tre personaggi: Kamel, un killer che contatta i clienti via internet; Kenza, vigilessa, che concede il proprio cellulare a pagamento, e Hicham, un hacker che sogna di andare in Europa. L’intreccio casuale di storie e relazioni, che ha da sfondo la caotica Casablanca, un non-luogo simile ad una qualsiasi metropoli occidentale, nella quale anche i sogni, le speranze ed i desideri sono quelli di un qualsiasi popolo occidentale, fa innamorare Kamel e Kenza solo grazie alle telefonate che i due si scambiano. La violenza delle sparatorie, il “sottobosco” malavitoso in cui rimane invischiato il giovane Hicham sono il preludio al finale tragico; le vite dei protagonisti sono doppie, i due innamorati perché ignorano la verità l’uno dell’altra, l’hacker perché si alimenta del sogno di raggiungere l’Europa, e sono nuove ogni giorno: «proprio questa vita parallela farebbe del mondo un posto veramente meraviglioso», dice il regista.
È molto difficile definire il genere cui appartiene questa pellicola, in realtà è una mescolanza di generi: con i toni scanzonati della commedia affronta temi seri e difficili, omicidi su commissione, rapine, truffe, prostituzione ma anche povertà e degrado sociale, ma soprattutto vi si inserisce spesso, con i numerosi canti e balli e con le “coreografie” che la direttrice del traffico fa compiere alle file di auto con i propri movimenti, il musical, che con l’allegria della musica spezza i momenti di tensione e dà respiro alla trama; il regista, proveniente dal teatro, è stato molto influenzato infatti dal musical, in particolar modo da quello americano, fin da ragazzo, ed ha voluto così omaggiarlo in questo film. Mescolanza è la parola chiave anche dal punto di vista culturale: la figura della donna, ad esempio, è rappresentata come occidentalizzata sia nei comportamenti che negli atteggiamenti, pur mantenendo una propria identità marocchina, è ben riuscita, anche in questo caso, la fusione delle due culture.
I due protagonisti, Kamel (impersonato dallo stesso Bensaïdi a testimonianza di quanto fortemente abbia voluto la realizzazione dell’opera) e Kendra sono marito e moglie nella vita e questa forte complicità è arrivata al pubblico, che ha sorriso e ha riflettuto sul presente e sul futuro del villaggio globale.
Una metropoli sudamericana, Buenos Aires, è al centro di Mientras tanto (Nel frattempo) di Diego Lerman, autore di Tan de repente premiato al Festival di Locarno nel 2003, una città ed un Paese che hanno subito grandi trasformazioni soprattutto nel recente passato, e che osservano lo scorrere delle vite di alcuni dei propri abitanti. L’aggettivo che qualifica meglio il film, non per quanto riguarda il valore naturalmente, è “piccolo”: piccole sono le storie, due donne che cercano di superare problemi economici e sentimentali, una coppia che vuole a tutti i costi avere un figlio, ed un uomo che crede di dare una svolta alla sua vita emigrando ad Ibiza; piccoli i personaggi, in un’Argentina allo sbando uomini e donne senza grandi ideali ed obiettivi che si limitano a lasciar scorrere la vita, e piccole sono le gioie o i dolori che li turbano. Si tratta di una sorta di “collage” di  vicende che si intrecciano e si connettono, di destini che cambiano raccontati “nel frattempo” del cambiamento. Ottima la fotografia, Buenos Aires viene raccontata attraverso i personaggi, attraverso i loro occhi diventando anch’essa un personaggio; notevoli anche le prove dei singoli attori che bene esprimono le contraddizioni e il senso di precarietà, di disorientamento che traspare dalla pellicola.
Sempre latinoamericana ed unica opera prima non europea è Chica tu madre (Quando i tarocchi non mentono), evento speciale di chiusura delle “Giornate”, del peruviano ma diventato regista in Argentina, Gianfranco Quattrini. Julio César è un taxista di Lima, aspirante cartomante, che sta per lasciare la moglie; le giornate passano sempre uguali, tra le corse con i clienti, un “Gratta e vinci”, un incontro con una prostituta cui è molto legato, e il club della squadra locale di calcio. Attraverso la lettura dei tarocchi inizia un percorso di conoscenza, della sua vera natura ma anche di quella di tutti coloro che gli stanno vicino, inizia ad interessarsi e a preoccuparsi per le vite e le vicende che attraversano, cercando di porvi rimedio. La centralità nel film di Julio César è assoluta, gli altri personaggi sono solo funzionali alla trama, è lui con la sua grande vitalità e la visione fatalistica della vita a dare respiro alla pellicola; è un intriso di cultura popolare (questo è il significato della parola “chica”, in senso dispregiativo però) con le sue astuzie, le sue tenerezze ed il suo elementare senso di giustizia. È un’opera schietta e diretta, come le immagini che la rappresentano e che tratteggiano un uomo in tutte le sue sfaccettature, debolezze e difetti, ma si ha la sensazione che non sia conclusa: in sala gli spettatori, nel vedere il finale, il viaggio, si chiedevano: «E poi che gli succede?».
Il francese 7 ans (7 anni), del giornalista Jean-Pascal Hattu, è un’opera forte sul significato dell’amore ma soprattutto della libertà. Maïté è sposata con Vincent che deve scontare in carcere una pena di sette anni; durante una delle visite settimanali incontra Jean, che poi scoprirà essere una guardia carceraria, e ne diventa l’amante. Jean ben conosceva la donna, avendo stretto un patto con il carcerato per diventare una specie di “tramite”, l’anello di unione della coppia.
La prima domanda che lo spettatore si pone è: tra i due, marito e moglie, chi è veramente imprigionato? Lui ovviamente è in una cella, ma lei è imprigionata nella sua solitudine, in tutti quei gesti che si ripetono settimanalmente e che la portano ad avere quell’unico contatto con Vincent, alla ricerca di un’intimità che non potranno avere. Queste sono le sensazioni che provano realmente le mogli dei carcerati; il regista ha compiuto una lunga ricerca, intervistando centinaia di donne per poter realizzare una storia che, senza mai scadere nel melodramma anche grazie a dialoghi asciutti e volutamente duri, rendesse le sensazioni e i desideri di un mondo che rimane sconosciuto ed estraneo alla sensibilità comune; è la storia che parla di esseri umani, del loro modo di essere, vivere e gioire in un contesto che esalta ed amplifica ogni sentimento, un contesto che limita libertà ed amore che deve esplodere, per natura, e che deve trovare modi alternativi. Nella conclusione, nella gita sulla neve con il bimbo cui Maïté fa da baby-sitter, nell’ultimo addio al proprio amante, c’è la speranza, assistiamo ad un colpo d’ali, ad una spinta della protagonista che comprende di poter riprendere la propria vita, di poter cercare se stessa in qualcosa d’altro, di meglio forse.
Da sottolineare l’uso della luce sempre monotona e fredda proprio per rendere la ripetitività dei gesti di lei e lo squallore della non-intimità dei due coniugi; il tramonto caldo ed acceso della scena finale che pare quasi sciogliere la neve del ghiacciaio e la neve che congelava i sentimenti di una donna mai così sola come in quei sette anni.
Sempre transalpino, L’étoile du soldat (La stella del soldato) dell’attore, regista (tra gli altri del documentario Massoud l’Afghan), produttore e scrittore Christophe de Ponfilly, morto nella primavera di quest’anno, presentato in sala dal fondatore di Emergency, Gino Strada. Racconta l’avventura vissuta da Nikolaï, musicista rock russo che nel 1983, durante la guerra con l’Afghanistan, viene suo malgrado spedito nella Valle del Panjr a combattere una guerra che non capisce e che certamente non gli appartiene. Durante una perlustrazione viene fatto prigioniero dai mujaheddin, combattenti contro l’occupazione sovietica, con i quali vive un giornalista francese, la voce narrante; questo incontro sarà l’inizio di una serie di trasformazioni per il protagonista, da quella banalmente fisica che lo porterà ad adeguarsi all’aspetto dei suoi carcerieri, ad una più profonda, interiore, un percorso di conoscenza umana e di crescita morale che cancellerà ogni differenza tra il soldato ed i resistenti.
Il regista stesso ha dichiarato che l’idea del film è nata da uno dei suoi numerosi viaggi, negli anni Ottanta, nella terra afgana martoriata dalla guerra con i sovietici, in particolare dopo aver accompagnato in Pakistan un prigioniero russo liberato, nel 1984, da “il comandante” Massoud, e che è stata alimentata dalla sovraesposizione mediatica dei fatti dell’11 settembre 2001 con il conseguente incubo terrorismo. Infinite sono le tematiche e gli spunti che si possono cogliere dalla storia e dall’ambientazione, dalle tecniche di guerriglia, al ruolo giocato dagli Stati Uniti che, pur non presenti sul territorio, sostengono la resistenza ai sovietici, ma il centro della vicenda, oltre all’empatia raggiunta da Nikolaï ed i mujaheddin, è l’orgoglio e la voglia disperata del popolo afgano di essere libero, di non essere sottomesso. Il messaggio è chiaro: i combattenti non sono terroristi, ma uomini che difendono la propria cultura, religione e libertà; Islam  significa, in quest’ottica, rispetto e pace.
Terza pellicola francese in coproduzione con Burkina Faso e Canada, Rêves de poussière (Sogni nella polvere) di Laurent Salgues affronta un tema insolito, la migrazione interna nell’Africa attraverso le vicende di un contadino nigeriano, Mocktar, che, fuggito dal proprio Paese, raggiunge il Burkina Faso per lavorare in una miniera d’oro. Nonostante le condizioni di vita e di lavoro siano pressoché insostenibili, tra i compagni di lavoro ed il protagonista si instaura un rapporto di amicizia e di solidarietà che diventano, in un clima di rarefatta rassegnazione, il solo modo per contrastare la devastazione che sta loro attorno. I personaggi sono, come li definisce il regista stesso, naufraghi della vita incagliatisi in una miniera d’oro in cui tutto sembra possibile ma niente si realizza, in cui l’oro, che sembra inizialmente poter portare la felicità, è destinato a sparire nel vento, nella polvere.
Grande prova di Salgues che riesce, da “bianco”, a raccontare con semplicità sia i luoghi, così fortemente marcati dalla siccità, dal vento, dalla polvere, sia anche un fenomeno poco conosciuto, l’emigrazione interna, visto con gli occhi del nigeriano. Pellicola con una fotografia ed un suono molto accurati, precisi nel sottolineare il vuoto che circonda ed opprime i minatori; lenta, statica ma per corrispondere alla vita ed ai ritmi dei lavoratori, così come i dialoghi asciutti ed i numerosi ed intensi silenzi; sono i rapporti umani i veri protagonisti, amore, amicizia, solidarietà sono l’unico modo per raggiungere almeno un po’ di felicità, per permettere ai personaggi di uscire da quella sorta di prigione di vento e polvere.
 La noche de los girasoles (La notte dei girasoli), del regista e sceneggiatore spagnolo Jorge Sánchez-Cabezudo, è un interessante noir diviso in sei capitoli, ambientato in un paesino della campagna spagnola ormai sempre più abbandonata dalla popolazione. La scoperta di una grotta nel territorio sembra accendere la speranza delle autorità di creare un’attrazione turistica; vengono reclutati tre speleologi dalla città per stabilire l’interesse culturale della caverna. Quello che poteva sembrare l’inizio di un qualcosa di positivo si trasformerà ben presto in incubo per i protagonisti, le cui vicende si intrecciano tanto casualmente quanto drammaticamente con gli altri personaggi del film: un commesso viaggiatore stupratore, un poliziotto corrotto ed un vecchio scorbutico, l’unico abitante rimasto ad abitare il vicino villaggio rurale. Un tentativo di stupro nei confronti della giovane speleologa, uno scambio di persona, l’omicidio del vecchio commesso dai tre, il tentativo di insabbiare il crimine con la corruzione e la risoluzione finale in cui nessuno è formalmente colpevole.
Pellicola dei contrasti, campagna/città, legalità/corruzione, che pone al centro le reazioni istintive dell’uomo normale posto in condizioni straordinarie, qui davanti alla tragedia della violenza. La struttura a capitoli permette di seguire la trama ma, e questo è uno dei punti di forza dell’opera, anche di comprendere i punti di vista e le diverse motivazioni dei personaggi che con le loro scelte improvvise, giustificate, inaspettate spesso spiazzano lo spettatore. La solitudine dei protagonisti è grande dinnanzi alla tragedia, è un giudice severo che li giudicherà ogni giorno per il resto della loro vita; non viene dato un giudizio morale né sulla vicenda né sugli uomini, si assiste alla semplice rappresentazione di come le circostanze possano, per i motivi più diversi, istinto di sopravvivenza, malvagità, cinismo..., in un certo modo piegare ed aprire delle falle nelle coscienze, di come si possano creare giustificazioni logiche ed accettabili anche per le azioni più bieche.
Ancora spagnolo è Daniel Sánchez Arévalo autore di Azul oscuro casi negro (Azzurro scuro quasi nero), che è il colore che meglio definisce la vita dei cinque personaggi: Jorge, Antonio, Paula, Natalia e Israel. Jorge, laureato in economia, non riesce a trovare lavoro perché deve assistere il padre malato ed è costretto ad un impiego da portinaio; Antonio, il fratello, è in carcere come Paula che cerca di rimanere incinta di Antonio per migliorare le condizioni della vita carceraria; Natalia, amica d’infanzia di Jorge, intrappolata nella sua perfetta ed incasellata vita borghese, non si cura dei sentimenti dell’amico, ed infine Israel, amico di Jorge, tenta di risolvere i problemi con un padre “particolare”. Ragazzi indecisi, smarriti, alla ricerca di una propria identità, e con poche speranze per il futuro, che trascinano le loro vite nel grigiore quotidiano in cui i sentimenti  si confondono, ma che cercano disperatamente un’esistenza diversa: un lavoro diverso, un amore diverso; storie amare e difficili, ben intrecciate, raccontate con ironia e leggerezza senza mai cadere nel banale o nel patetico. Il colore delle loro esistenze potrà cambiare solo nel momento in cui, spinti da elementi nuovi che irrompono nelle loro vite, riusciranno a guardarsi dentro con sincerità, senza filtri, ma soprattutto ad accettare i propri limiti e le proprie diversità.

Grazie al buon lavoro degli attori, ad una fotografia efficace e convincente e ad un ottimo montaggio, il regista madrileno bene esprime il tema della precarietà, sia nel lavoro ma in particolar modo negli affetti, senza mai eccedere nei  toni drammatici, ma anzi, con gli ottimi dialoghi, sdrammatizzando le situazioni più complesse con una buona dose d’ironia, e senza mai essere superficiale, ma attraverso uno sguardo leggero e colorato sulle difficoltà e sulle diverse possibilità di percorso che ognuno dei personaggi ha davanti, lasciando aperta la speranza che questo azzurro possa, infine, diventare azzurro cielo.