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Venezia 67. Mostra avanti tutta ma nel segno di Tarantino

  • Data di pubblicazione 24 settembre 2010
  • Autore Lorenzo Reggiani
  • Categoria Archivio Storico - Attualità

 

Uno slogan per la 67. Mostra del Cinema di Venezia? Marco Müller, il direttore, lo aveva coniato all'apertura, di fronte ai giornalisti: «Avanti tutta, in tutte le direzioni, a 360 gradi». Come dire: non aspettatevi un fil rouge, un tema conduttore, un genere preponderante. E così è stato. Alla chiusura ne abbiamo avuto la prova.

La Mostra 2010 è andata “avanti tutta”, nonostante tutto. Nonostante i pochi divi (veri) sbarcati al Lido; nonostante i nubifragi e gli allagamenti; nonostante la presenza di film troppo spesso medi e l'assenza di capolavori (ma ha senso cercarli?); nonostante la delusione dei cinematografari italiani completamente ignorati; nonostante le solite polemiche sui lavori in corso per il nuovo Palazzo del cinema e su prezzi-ricettività-strutture del Lido, che, fuori dall'area del festival, è sempre più malinconico.

Eppure un segno forte, caratteristico, evidente, in questa Mostra c'è stato, anche se non ammesso pubblicamente da Müller, ma da tutti riconosciuto: Quentin Tarantino, il presidente della giuria. Era la “sua” Mostra, già dall'inizio, dalla scelta dei film che sembravano un omaggio al regista di Pulp Fiction, sino al verdetto finale. Da tempo un presidente non si era imposto in modo così potente sugli altri membri della giuria, esercitando perfino una forza magnetica, se ha tenuto a sottolineare come tutte le decisioni siano state prese all'unanimità.

Unanimità “tarantiniana”, quindi, per il Leone d'oro all'ex fidanzata Sofia Coppola per Somewhere; per il Leone per il complesso dell'opera a Monte Hellman, produttore del suo Le iene; per la coppa Volpi all'invisibile Vincent Gallo (ben “nascosto” al Lido); per il doppio premio - Leone d'argento per la miglior regia e Osella per la sceneggiatura - allo spagnolo Balada triste de trompeta, fin troppo debitore del gusto eccentrico e irriverente di Quentin, e da alcuni considerato il film in assoluto più brutto del festival; per l'altro doppio riconoscimento - sempre in deroga del regolamento che gli è stato concesso di cambiare - a Essential Killing, il film di Jerzy Skolimowski che ha fatto vincere il Gran premio della giuria al suo regista oltre che - come detto - la Coppa per il miglior attore a Gallo.

Gallo è stato un vero mattatore della Mostra dove si è fatto in tre: regista con Promises Written in Water (un'altra delle pellicole più brutte in gara) e con The Agent (nella sezione Orizzonti) e attore - premiato - nel film di Skolimowski, dove non dice un parola.

Unica eccezione in questo palmarès, forse prevedibile, la Coppa Volpi all'attrice greca Ariane Labed, sorprendente protagonista del film greco Attenberg, che si è fatto apprezzare per l'originalità della regia.

Una Mostra nel segno di Mr President Tarantino, insomma, notato spesso in giro al Lido, e in sala, ogni volta accolto dal tripudio dei fan, ma anche da qualche fischio di giornalisti, all'annuncio del verdetto.

Nessun fischio, ma una vera e propria ovazione, per un ben altro Presidente, quello della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenuto con la Signora Clio alla serata d'apertura del festival. Era la prima volta che un Capo di Stato italiano presenziava alla cerimonia, sia pure in forma privata. Un bel momento. Così come quello, più informale ancora, della serata di pre-apertura a Venezia, in Campo San Polo. Qui Napolitano ha festeggiato i figli di Vittorio Gassman, Paola, Alessandro e Jacopo, prima della proiezione di Profumo di donna, che ha dato il via all'omaggio tributato dalla Mostra al mattatore, a dieci anni dalla scomparsa.

Ma dopo un grande italiano (giustamente) ricordato, ecco gli italiani (ingiustamente?) dimenticati. Nonostante la presenza invadente di film sparsi dappertutto, di cui ben quattro in concorso, e due italiani nella giuria, i nostri non hanno preso nulla. In più, Salvatores, uno dei giurati, con alcune sue dichiarazioni post-Mostra, secondo Martone, avrebbe offeso il cinema italiano. Il Risorgimento-fiume di Martone, i matti di Celestini, la solitudine secondo Costanzo, la farsa d'autore di Mazzacurati (che pure è arrivata seconda nella classifica dei critici italiani e stranieri): il quartetto nostrano non è stato preso in considerazione. Tarantino a domanda ha risposto: «Li ha scelti il direttore Müller e allora vi dico che sì, meritavano di essere in concorso».

C'era un altro italiano, Michele Placido, che con Vallanzasca-Gli angeli del male era però fuori concorso. Il film ha alimentato polemiche, e probabilmente era giusto non presentarlo in gara, ma il dubbio che avrebbe potuto prendere un premio (quanto meno per Kim Rossi Stuart) ci resta. Anche un'altra pellicola, che pure parla di banditi e rapinatori (con ben altra incisività), è sfilata fuori concorso, quando invece a nostro avviso non avrebbe sfigurato: The Town di Ben Affleck, destinata al successo in sala.

Il successo di pubblico arriderà sicuramente a Barney's Version, anche lui bellamente ignorato dai giurati “tarantiniani”. Pur con le debite differenze dal libro-cult di Richler, è un film che commuove, diverte, emoziona, fa ridere e fa pensare, interpretato da attori bravissimi (tra cui un insolito Dustin Hoffman). Appunto, non un film da festival.

Eppure questa 67a edizione non ha schierato - salvo rari casi - quei film per cinefili che facevano l'interesse della rassegna veneziana, come L'anno scorso a Marienbad, nel passato remoto, o come il potente Lebanon dell'anno scorso, vincitore del Leone d'oro. Sono stati avvistati, questo sì, un paio di “capolavori d'élite”: il cileno Post mortem di Pablo Larraín e il cinese The Ditch di Wang Bing, presentato come film sorpresa.

Il fatto è che forse non ci sono più nemmeno gli spettatori disposti ad annoiarsi. Ma c'è - e lo si è constatato al Lido - una moltitudine soprattutto di giovani che sino a tarda notte fa lunghe code pazienti, più volte al giorno, per vedere di tutto, il bello e il brutto, purché sia cinema.

E l'arte? Già, fin dalla nascita la Mostra si chiama “internazionale d'arte cinematografica”. Magari, come propone Natalia Aspesi da “Repubblica”, basterebbe eliminare l'ormai incongrua parola Arte, che non compare negli altri festival. E così resterebbe solo il cinema.