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VENT’ANNI DOPO: UN ARTICOLO DI UGO VITTURI DEL 1966

  • Data di pubblicazione 02 febbraio 2005
  • Autore a cura di Cines
  • Categoria Articoli Storici

Abbiamo trovato nell’archivio del Circolo il notiziario dell’ottobre 1966, contenente alcuni articoli celebrativi dei vent’anni di attività del sodalizio. Uno tra gli altri, scritto con humour dal socio fondatore Ugo Vitturi, ci pare significativo per continuare e approfondire il discorso avviato da Carlo Vita con i Primi “graffiti” di una passione.

Ripercorrendo le tappe di vita dell’Associazione, l’articolo fa il punto della situazione “vent’anni dopo”.  Nella prima parte l’autore descrive i preliminari della fondazione del Circolo, le diverse riunioni serali ai gloriosi caffè cittadini che oggi non esistono più, come il caffè Dante, l’Impero, il Nadali, riunioni alle quali parteciparono vari personaggi, come «un signore che aveva la mania di dar la caccia ai ragni, un altro che si presentava sempre con la macchina fotografica, per dimostrare che se ne intendeva, una ragazza bionda con piccolo capitale, che sperava in un buon investimento e vari altri, che via via disertarono o furono apertamente scoraggiati. Era il periodo in cui tutti fondavano qualche cosa: uscendo a notte alta, dopo la riunione, non di rado incrociavamo qualche altro gruppo di fondatori, e scambiavamo un saluto: “Buona notte, Piccolo Teatro”, “Buona notte, Circolo del Cinema”».

Il gruppo che seppe resistere attorno all’animatore Pietro Barzisa, detto familiarmente “Piero” («uno che sapeva tutto sul cinema, che se ne era occupato per molti anni e che, anche se non pareva, era piuttosto in gamba»), era formato da «Ezio Benetti, in bretelle e ciuffo spinoso sugli occhi, Edoardo Faccioli, con la risata proibita, Popi Fedeli, con la prima penna a sfera che avessimo mai visto, Giorgio Sirena, distinto e con la voce profonda che metteva soggezione, ed io: e dichiarammo costituita una Associazione Culturale, denominata Circolo del Cinema. 

Alle riunioni seguenti vennero poi l’Anna Sega, silenziosa ed efficiente, Giuseppe Balestrazzi, arzillo come un sessantenne, che cominciò subito a bombardarci di barzellette, Nunzio Parullo, tranquillo e cortese gentiluomo del sud, e Vittorio Filippini, architetto sorridente».

Le fasi successive furono: la nomina del primo consiglio direttivo, la redazione dello Statuto e l’inizio del tesseramento, quindi «il Piero ed il Popi furono spediti al Convegno dei Circoli del Cinema a Nervi, si cominciò a cercare i film, si procedette all’organizzazione amministrativa e contabile».

Il testo prosegue con la descrizione ed il commento di queste prime mosse operative, arrivando poi alla proiezione del 24 agosto 1947 al Teatro Nuovo con il film Tabù di Murnau, sul cui valore estetico ed i motivi della scelta si è già abbondantemente soffermato Carlo Vita. Decisamente “gossip” è invece il ricordo tramandatoci di Vitturi di quella memorabile serata. Infatti egli scrive: «Il discorso d’apertura fu tenuto dal Faccioli, il quale, rammentano le cronache, per l’occasione ritenne di dover indossare un pesante abito scuro. Essendo piena estate, I’abito in parola si dimostrò piuttosto inadatto a fornire il comfort necessario all’oratore per un sereno svolgimento del suo compito: si aggiunga il fatto che l’abito stesso risultò, all’ultimo momento, abbondantemente intaccato da enormi e voracissime tarme, il che costrinse il nostro a controllare i suoi movimenti per non mostrare i buchi. Non vorrei fare un’ipotesi azzardata, ma è plausibile che il risultato di quella serata abbia indotto in seguito a designare, quale oratore ufficiale e gran cerimoniere del Circolo, il brillante e sempre ben conservato Balestrazzi».

La memoria conservataci da Vitturi, al di là di queste amenità che conferiscono all’impresa raccontata una cornice di allegra avventura di provincia, ci offre l’occasione di sottolineare due elementi importanti, che influenzarono nel tempo la vita del Circolo e le sue possibilità di sopravvivenza.

Il primo elemento, positivo perché fu in grado di garantire fino ad oggi la continuità dell’associazione, fu senza dubbio l’organizzazione di quelle buone regole statutarie che, se erano meritevoli di elogio a distanza di soli vent’anni dalla loro creazione, lo sono a maggior ragione oggi, 57 anni dopo, perché la rispettosa conservazione della volontà dei padri fondatori costituisce tuttora il faro necessario al Circolo per navigare nelle acque perigliose e irte di scogli che ne travagliano costantemente il percorso.

Afferma infatti Vitturi: «Lo Statuto e l’organizzazione amministrativa si rivelarono in seguito i due pilastri che permisero al Circolo di sopravvivere a tutte le tempeste che dovevano minacciarne l’esistenza.

Nello Statuto si rivelò per la prima volta la mente machiavellica e la preveggenza del Piero, insediato fin dall’inizio alla Presidenza e mai più smosso dal suo seggio. Più che di uno Statuto (riconosciamolo, ora che la bandiera della libertà sventola sul nostro pennone) si trattava di una indegna sopraffazione, contraria a tutti i principi più elementari di democrazia, per cui il potere era praticamente in mano ai fondatori, che dominavano l’assemblea, col loro voto plurimo, ed il consiglio, con la loro partecipazione di diritto. Ma fu proprio questa specie di dittatura che poté sventare le varie minacce, provenienti da più parti, e tenere in piedi il Circolo finché non fu abbastanza cresciuto».

 Più avanti, quando la situazione generale apparve stabilizzata «sembrò giunto il tempo che si procedesse alla riforma costituzionale, da molto tempo progettata e attesa.

Più che di riforma, si trattò di una vera rivoluzione, della quale, però, molti degli stessi soci non si sono resi conto. Ed è un vero peccato. Col nuovo Statuto, approvato nell’assemblea del 30 giugno 1965, su iniziativa del Direttivo e degli stessi fondatori, questi ultimi hanno rinunciato ai privilegi previsti dallo Statuto precedente: ossia hanno rinunciato al voto plurimo in assemblea ed alla partecipazione di diritto di quattro di essi al Consiglio Direttivo. È stata inoltre allargata la categoria dei soci “effettivi” aventi diritto al voto nell’assemblea, in modo che ne facciano parte i soci iscritti al Circolo da almeno un anno. Con tali riforme, e con numerose altre, è caduta quella sorta di dittatura (o di oligarchia), spesso criticata da più parti e sulla quale si sono sfogate le ironie di molti, che ritenevano infondati certi timori.

Che fosse veramente giustificata la preoccupazione di tutelare il Circolo da ogni forma di slittamento o di deviazione che lo avrebbero snaturato, qualcuno potrà forse dubitare: chi lo ha seguito da vicino ritiene di sì, ed è convinto che l’aver potuto mantenere l’associazione immune da infuenze ed interessi di qualsiasi genere, raggiungendo nello stesso tempo gli innegabili risultati che sappiamo, possa far perdonare al vecchio Statuto quel tanto di paternalistico che conteneva. Spetta ora ai soci usare convenientemente dei loro poteri, intervenendo alle assemblee (per ora ancora troppo disertate), presentando le loro richieste e le loro proposte, discutendo i problemi, partecipando, insomma, attivamente alla vita della nostra associazione». Parole che valgono oggi più che mai, perché è facile criticare, ma poi si nega il confronto delle proprie idee con quelle degli altri.

«L’organizzazione amministrativa e contabile, poi, risultò veramente ferrea e tale da far invidia a qualsiasi piccola impresa: merito dei vari amministratori che si avvicendarono, scelti con particolare cura, in modo da evitare quell’allegra spensieratezza in materia finanziaria, che contraddistingue la maggior parte delle associazioni culturali, nelle quali il fattore economico è considerato cosa del tutto secondaria e abbastanza volgare, col risultato dell’inevitabile naufragio, a più o meno breve scadenza: e gli esempi, in città, non mancano».

Non ci soffermeremo oltre sullo scampato pericolo di fronte a quelle “minacce”, cui Vitturi accenna nei precedenti passaggi del testo, ma non bisognerebbe dimenticare che ci furono anche alcuni tentativi esterni di bloccare l’attività culturale di un’associazione come la nostra, per Statuto definita «una libera associazione civile» (Art. 1), «apolitica, apartitica ed aconfessionale» (Art. 2), tentativi che, per fortuna, furono sventati dalla tenacia e dalla diplomazia della presidenza del Circolo.

Il secondo elemento, ahimè negativo, “nonostante il quale” l’associazione è riuscita a proseguire la sua attività, pagando però lo scotto di un costante nomadismo e peregrinazione da una parte all’altra di Verona, è il problema della sala di proiezione. Si dirà che è un noioso leitmotiv, ma da esso non si può prescindere, sia perché la carenza di una propria sala ha segnato profondamente la storia del Circolo, rappresentando un serio ostacolo ad un sereno e completo svolgimento dell’attività, sia perché condiziona ancora oggi la partecipazione di molti appassionati che vorrebbero seguire le proposte culturali del Circolo.

Ma leggiamo il racconto di Vitturi: «Come sempre in tutte le nuove imprese, le cose andarono avanti alla garibaldina per parecchio tempo: sia per la sede, sia per la ricerca dei film, sia per la sala di proiezione. I soci più anziani ricorderanno le proiezioni della domenica mattina al Supercinema, alla gestione del quale deve andare la riconoscenza, non solo dei vecchi, ma anche dei nuovi soci, poiché senza quella preziosa ospitalità il Circolo sarebbe probabilmente morto sul nascere». Qui il ricordo va, con gratitudine, anche all’ing. Morando di Custoza, direttore generale della Sangraf Film, che si prodigò per ottenere dai gestori della sala questa concessione. Ma non si poteva durare a lungo in quelle condizioni, non solo per il freddo (la grande sala del Supercinema, dati i tempi, non era riscaldata alla domenica mattina), ma anche a causa delle «saltuarie incursioni in altri locali cittadini, per improvvise indisponibilità della sala abituale».

Si arriva così all’anno decisivo per la vita del Circolo. «Quello della prova di forza, o, per meglio dire, del “o la va o la spacca” fu il 1953: I’anno in cui si passò alle proiezioni serali, al Cinema Teatro Nuovo. La decisione fu presa nel corso di drammatiche sedute, nelle quali la parte più prudente e conservatrice del consiglio non esitava a prevedere la morte istantanea del Circolo, per l’enorme (rispetto alle possibilità) onere finanziario che ne sarebbe derivato. Ma gli audaci, capeggiati dall’indomabile Presidente, vinsero, e dimostrarono di aver avuto ragione: lo sforzo fu grande, le preoccupazioni (e i debiti) accompagnarono il Circolo per tutti gli anni che seguirono, ma i soci risposero, aumentarono via via di numero e l’attività si ampliò e si perfezionò, tanto che il Circolo di Verona poté essere considerato uno dei più efficienti e vitali fra quelli esistenti».  E, possiamo aggiungere con il senno di poi, uno dei pochissimi sopravvissuti in Italia tra i Circoli del Cinema nati fra il 1946 e il 1948 con quelle caratteristiche di laicità, di assenza di qualsiasi scopo di lucro e al di fuori di ogni steccato ideologico: solo amore per il cinema di qualità, in tutte le sue forme espressive.

«Ma le ambizioni non erano ancora esaurite. C’era, ormai, una sede degna del Circolo, ben attrezzata e con personale efficiente; c’era una organizzazione amministrativa, contabile e propagandistica adeguata; c’erano, ormai, fra i soci ottimi elementi capaci di curare l’attività culturale e amministrativa, sempre più complessa; c’era, soprattutto, una solida base di aderenti, sicuri e sempre più interessati, sulla quale contare. Mancava una sala di proiezione: cioè una sala che fosse sicuramente a disposizione nei giorni stabiliti, senza costringere ad improvvisi spostamenti di data, a sospensioni anche prolungate dell’attività, a spese sempre troppo pesanti per il bilancio». Già, perché le esigenze del Teatro Nuovo finivano talora per coincidere con le serate in cui era prevista la presenza del Circolo. «Una sala - continua Vitturi - nella quale sistemare una propria attrezzatura, adatta e moderna. Ciò avrebbe, inoltre, consentito di predisporre con tranquillità un programma organico e preciso, con la sicurezza di poterlo attuare». 

È un discorso che vale, pari pari, per la situazione odierna. Ma allora erano altri tempi e non mancava qualche chance che desse un po’ di respiro in più, anche se la soluzione era purtroppo destinata a non restare definitiva...

«E la sala fu trovata. Erano anni, per la verità, che il progetto era covato: ma soltanto nel 1964-65 si poté ottenere la disponibilità della sala Montemezzi, grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale ed alla comprensione della direzione del Liceo Musicale. Occorse, naturalmente, un nuovo grosso sforzo finanziario, per dotare la sala dell’attrezzatura: proiettore, impianto sonoro e via di seguito. Ma ne valeva la pena, perché finalmente il Circolo usciva dal periodo del nomadismo e dell’incertezza e disponeva di una sala idonea alle sue finalità, con la possibilità di garantire un’attività regolare, studiata con grande anticipo e distribuita razionalmente. A questo punto, il Circolo del Cinema si poteva considerare “arrivato”: era certamente uno degli enti culturali più vivi della città, possedeva ormai una tradizione, poggiava su basi sufficientemente solide». Ma si sa come sono andate a finire le cose: dopo qualche anno, il Comune reclamò per sé la sala Montemezzi (dove il Circolo era riuscito ad organizzare due serate settimanali con due diverse programmazioni), in quanto il Liceo Musicale divenne l’attuale Conservatorio.  Riprendeva per noi il valzer delle sale.

Ottimisticamente, l’articolo si conclude così: «Vi sono altri progetti, altre ambizioni: tutto dipende dall’appoggio e dall’adesione dei soci. La buona volontà e la capacità non mancano: occorrono soltanto i mezzi. “Che ogni socio procuri un nuovo socio” è lo slogan ripetuto in continuazione, dalla nascita del Circolo ad oggi. Attendiamo con fiducia, con la fiducia che deriva da quanto si è realizzato in questi venti anni». E noi possiamo ben riperlo oggi, con questa semplice correzione: “in questi cinquantasette anni”.

             

(dal notiziario del Circolo del Cinema  “Filmese – Schermi d’autore” di marzo 2004)