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TANNA

  • Proiezione 03 dicembre 2015
  • Regia Bentley Dean & Martin Butler
  • Durata 1h 44’
  • Origine Australia/Vanuatu, 2015

Sbarcato al Lido sul fiammeggiante tappeto rosso del Festival con alcuni componenti della tribù protagonista del film, Tanna di Bentley Dean e Martin Butler ha vinto il Premio del Pubblico Pietro Barzisa della 30. Settimana Internazionale della Critica, convincendo appassionati ed esperti del settore grazie alla potenza delle immagini messe al servizio di una storia shakespeariana.
Il film dei due documentaristi, qui all'esordio in un film di “finzione”, non è infatti altro che uno straordinario melò indigeno ambientato nel meraviglioso arcipelago di Vanuatu, apparentemente fuori dal mondo ma in realtà situato nel sud del Pacifico. Qui, andando contro le regole della secolare cultura “Kastom”, due giovani innamorati hanno il coraggio di negarsi al loro destino. Perché la tradizione vuole che siano i capi del villaggio a combinare i matrimoni, se non fosse che Wawa e Dain, incapaci di stare lontano l'uno dall'altra, si ribellino alle nozze prestabilite mettendo a rischio la già precaria pace tra tribù nemiche.
Un'isola incontaminata, la Tanna del titolo, in cui ancora oggi vivono tribù che vanno a caccia con archi e frecce, producendo i propri abiti e le proprie case con i materiali trovati nel cuore della foresta. Dean e Butler hanno vissuto per sette mesi a stretto contatto con questi indigeni, chiamati poi a tramutarsi in attori per riportare in vita uno storico fatto realmente avvenuto nel 1987.
Perché i due inediti “Romeo e Giulietta” furono i primi a ribellarsi dinanzi ad una tradizione tanto secolare quanto barbara, imponendo alla silente donna un uomo a lei sconosciuto. Diventati leggenda, tanto da ispirare una canzone d'amore che i due registi faranno risuonare nella parte finale del film, Wawa e Dain si ritrovarono a dover scegliere tra la potenza dell'amore e il futuro della loro tribù, minacciata e messa in pericolo dal loro inedito e “disperato” gesto di ribellione.
Realtà e finzione che si incontrano tra vulcani fiammeggianti, rigogliose foreste, rigeneranti cascate e tradizioni da onorare rimanendo ai margini della “civiltà”. Opera suggestiva, toccante e affascinante quella realizzata da Bentley Dean e Martin Butler, grazie alla dirompente forza della natura che invade lo schermo. Nel rappresentare questa combattuta passione i due registi hanno seminato rapporti tra genitori e figli, tra sorelle e parenti, tra capi tribù e credenze mistiche, tra tradizione e ostinato amore. Interpretato dagli stessi indigeni della tribù di Tanna, il film che ha trionfato alla 30. Settimana Internazionale della Critica di Venezia non è altro che un inno al sentimento, quello in grado di far breccia dove neanche i cristiani, i coloni e il denaro riuscirono ad arrivare nel corso dei secoli.
Vero è che l'evoluzione della trama non concede particolari sorprese, perché tutto quel che immaginate possa accadere neanche a dirlo accadrà, ma la storia d'amore tra Wawa e Dain si fa comunque largo con ardente forza, tanto dall'ottenere la benedizione di quel “divino” vulcano da cui tutti i componenti della tribù dovevano trarre comportamenti “rispettosi”, essendo loro al cospetto di una forza quasi ultraterrena. Un rispettoso diritto d'amore che a Tanna, nel lontano 1987, conobbero nel più tragico dei modi.
(Federico Boni, da “Blogo”, 12 settembre 2015)


C’è una prima volta per tutto, anche per un film di Vanuatu alla Mostra del Cinema di Venezia. E quale luogo migliore, per un esordio lidense, se non la Settimana Internazionale della Critica, dove quest’anno si registrava anche la prima apparizione di un film nepalese (The Black Hen di Bahadur Bahm Min)? E così lo schermo della Sala Perla si è illuminato degli annichilenti paesaggi di Tanna, isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il monte che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline. La delegazione del film, oltre ai registi Bentley Dean e Martin Butler – documentaristi alla prima incursione nel mondo della finzione cinematografica – era composta da alcuni dei protagonisti, la maggior parte dei quali per la prima volta lasciavano Tanna e il loro paese. Perché c’è una prima volta per tutto...
Per mettere in scena una delle tribù che ancora vive seguendo i propri usi e costumi, preferendoli al lascito coloniale delle abitudini occidentali, i registi hanno scritto la sceneggiatura mescolando i propri desideri narrativi al contributo della popolazione Yakel che sarebbe stata al centro della storia. Ne deriva un meticciamento del tutto inusuale, in cui lo sguardo della camera, inevitabilmente schiacciante nei confronti di un popolo che non ha alcuna dimestichezza con la tecnologia dei bianchi, si riallinea con la sincerità (termine da non scambiare in nessun modo con la supposta “verginità” su cui ancora si appoggia la lettura eurocentrica delle popolazioni del “terzo mondo”) di ciò che avviene sullo schermo, nonostante la scrittura.
Più che la storia di Wawa e Dain e del loro amore ostacolato dalle rigide regole sui matrimoni combinati, riproposizione in salsa oceanica della tragedia di Romeo e Giulietta, a occupare il nucleo fondante di Tanna è la morfologia stessa dell’isola, dal deserto di cenere sulle pendici del vulcano al mare cristallino, passando per la rigogliosa foresta. Come se Shakespeare cercasse un’osmosi con il Friedrich Wilhelm Murnau di Tabù, Tanna si articola tra documentario e melodramma, cercando di raggiungere un equilibrio tra le parti e spesso centrando l’obiettivo.
È la parte più legata all’analisi antropologica (ma più ancora fenomenologica e atmosferica) quella destinata a rimanere più impressa nello sguardo dello spettatore: Butler e Dean dimostrano di riuscire a intrappolare l’immagine nel quadro con sapienza soprattutto quando devono, anche per esigenza scenica, mantenere una distanza da ciò che prende vita davanti a loro. La dispersione dello sguardo dello spettatore, che replica con l’occhio la fuga verso il sogno impossibile dei due protagonisti, è il punto di forza di Tanna. Lontano da qualsiasi facile esotismo, il film riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo, senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi (la spiegazione della necessità del matrimonio combinato con il riferimento alla monarchia britannica ha un sapore posticcio, per esempio, e non sembra particolarmente essenziale).
Ma si tratta in ogni caso di dettagli trascurabili, rispetto alla potenza visiva e all’afflato sanamente popolare di una narrazione universale, quella di due giovani innamorati costretti a scontrarsi con l’ottusità dell’ambiente in cui vivono. Anche per questa capacità empatica – data anche dal guizzare vitale degli occhi dei protagonisti – Tanna ha riscosso in sala Perla uno degli applausi più convinti e rumorosi. Tra una risalita del vulcano, una fuga verso un campo cristiano – illusoria, perché non è lì che si può trovare l’agognata libertà – e una casa improvvisata in riva al mare, Tanna trascina lo spettatore in un vortice di umanità che trova spazio per deflagrare in un luogo all’apparenza fuori dal mondo, a pochi passi dal paradiso in terra. Un luogo che l’uomo bianco ha depredato e sfruttato, senza battere ciglio, e che ora torna a riprendere, forse per senso di colpa, chissà. Quel che resta è un’opera prima coinvolgente, emotiva e umorale. E può bastare.
(Raffaele Meale, da “Quinlan”, 9 settembre 2015)


«La sento, mi sta parlando». Selin potrebbe avere sei o sette anni, gonnellina di paglia e sorriso contagioso. Quella "lei" di cui parla è il vulcano Yasur, che la sua tribù adora come una divinità. Dal suo ventre si emana dall'inizio dei tempi una legge che nessuno, al villaggio Yakel sull'isola di Tanna nel cuore del Pacifico, osa trasgredire. Ad eccezione di due giovani, la sorella di Selin e il nipote del capo, che si amano. Costruito come una danza che trascende i generi del cinema, Tanna è un film sull'essenza della vita e dell'amore pronto a tutto pur di restare integro.
Primo lungometraggio di finzione girato su quest'isola appartenente allo Stato di Vanuatu - che ha co-prodotto il film con l'Australia - ha origini che partono nel 2013 quando uno dei due cineasti, Bentley Dean, decise di trascorrere un periodo di tempo con la propria famiglia immerso in una cultura totalmente diversa dalla propria. Giornalisti, scrittori, antropologi e documentaristi, gli australiani di Melbourne Dean & Butler lavorano insieme da sette anni, durante i quali hanno realizzato documentari e reportage sulle popolazioni aborigene «adottando con loro un approccio e uno stile non invasivi, basati sulla pazienza, il rispetto e l'intenso rapporto personale».
Da soli, senza finanziamenti, ma solidi di tali esperienze, hanno deciso di avventurarsi in quel periodo nel cinema di finzione, rimanendo tuttavia fedeli all'approccio verso gli universi umano e naturale che avrebbero raccontato. Due tribù del villaggio Yakel a Tanna sono diventate i loro personaggi e un reale fatto di cronaca - un matrimonio combinato tra due tribù che diventa causa di una tragedia sentimentale - è stato scelto quale soggetto del film. Il racconto preparatorio dei due cineasti è quasi affascinante quanto la pellicola che ne è risultata: «Queste persone, intrise di tradizioni e regole a cui sono molto legate, sono per la maggioranza anal- fabete e non avevano mai visto un film in vita loro. Dopo esserci presentati e aver loro proposto il tipo di progetto che avevamo in mente, abbiamo pensato fosse utile organizzare una proiezione di 10 canoe di Rolf de Heer e Peter Djigirr per mostrare a che tipologia di film volevamo ispirarci. Doveva essere un lavoro “scritto” e interpretato da loro, volevamo fosse il più possibile il “loro” film. La risposta immediata dei nostri nuovi amici è stata: “Possiamo iniziare già domani?”».
Le riprese di prova di Tanna sono iniziate nel marzo del 2014 e dopo numerosi laboratori tenuti da Dean & Butler con gli abitanti di Yakel: secondo la loro testimonianza, nel trascorrere del tempo gli “attori” acquisivano una crescente consapevolezza delle “pieghe” drammatiche che si andavano creando attraverso la storia d'amore contrastata tra i due giovani, ovvero la trama portante della storia.
«Alla fine - ricordano gli autori - erano talmente naturali in gesti, emozioni e parole, da riuscire a improvvisare le loro scene fornendo acuti assai più struggenti rispetto alle prove che si avvicendavano». La naturalezza “guidata” con sapienza dai due registi esplode in Tanna con un'originalità dai rari precedenti: realismo poetico, numerosi climax tragici intervallati da splendidi momenti comici, sospensioni narrative a favore di un maturo documentarismo, e - non per ultimo - le riprese mozzafiato sulle pendici del vulcano Yasur in eruzione, anch'esso personaggio tra i personaggi, che fanno vibrare il grande schermo. Tanna non è una ricerca antropologica mascherata da cinema, ma è uno straordinario film-esperienza magicamente concepito, la cui visione non può evitare di coinvolgere em- paticamente gli spettatori, così come ha “agito” sui suoi realizzatori. «È stata un'esperienza rara poter vivere con una tribù completamente legata alle tradizioni. Collaborare creativamente con gli abitanti di Yakel è stato per noi un dono umano ed artistico che non ci abbandonerà mai».
(Anna Maria Pasetti, dal Catalogo della 30. SIC)

SCENEGGIATURA: Bentley Dean, Martin Butler, John Collee in collaborazione con la popolazione di Yakel / FOTOGRAFIA: Bentley Dean / MONTAG-GIO: Tania Michel Nehme / MUSICA: Antony Partos / SUONO: Emma Bortignon / ATTORI: Mungau Dain, Marie Wawa, Marceline Rofit (Selin), Chief Charlie Kahla, Albi Nangia (sciamano), Lingai Kowia (padre), Dadwa Mungau (nonna), Linette Yowayin (madre), Kapan Cook, Chief Mungau Yokay, Chief Mikum Tainakou (Imedin) / PRODUZIONE: Martin Butler, Bentley Dean, Carolyn Johnson (Contact Films)