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Premio Fernaldo Di Giammatteo - Regolamento V edizione - anno 2009

  • Data di pubblicazione 01 luglio 2009

 

Premio “Fernaldo Di Giammatteo”

 

Regolamento quinta edizione

anno 2009

 

 

La Fondazione Cassa di Risparmio di Imola e Cristina Di Giammatteo hanno istituito nel 2005 il “Premio Fernaldo Di Giammatteo” riservato alla critica cinematografica. Tre i volumi già pubblicati, dopo la selezione: nel 2006 Scelte culturali, decisioni editoriali: la Einaudi e il cinema. 1949-1952 di Tommaso Munari e nel 2007 Alla ricerca del senso. Cinema e Filosofia nell’opera di Joel ed Ethan Coen di Alberto Mascia, Joyce e il cinema delle origini: “Circe” di Marco Camerani. Attualmente è in corso di stampa, sempre per i tipi della Cadmo,  Il caso 24 di Francesca Negri.

Il premio è conferito a giovani studiosi italiani per una monografia critica di tema cinematografico che rispetti gli allegati consigli di scrittura, stilati in varie occasioni dal critico e storico del cinema Fernaldo Di Giammatteo. Il premio vuole infatti continuare idealmente l’opera di scopritore di talenti che egli ha praticato per tutta la vita e che ha avuto il suo momento di maggiore celebrità e compiutezza nella collana del “Castoro Cinema”.  E’ lasciata ai candidati estrema libertà per quanto riguarda il tema prescelto, le metodologie critiche e la forma del saggio; si auspica anzi la ricerca di nuove formule di pubblicazione, in grado di avvicinare alla critica sempre più lettori.

Il premio consiste nella pubblicazione del testo vincente presso la casa editrice Cadmo di Firenze, in una collana editoriale appositamente fondata.

Sono ammessi al premio critici che, al momento della partecipazione, non abbiano compiuto trenta anni di età e non abbiano mai pubblicato un volume di argomento cinematografico.

Il manoscritto non deve superare nel formato cartaceo 130 pagine dattiloscritte (trenta righe di sessanta battute spazi inclusi), oppure nel formato elettronico 234.000 caratteri (spazi inclusi). Inoltre non potrà essere inferiore alle 90 cartelle (162.000 caratteri elettronici).

Per partecipare alla selezione il testo va inviato per via postale (si consiglia spedizione in raccomandata) entro il 28 luglio 2009 alla presidenza del premio:

 

Prof. Cristina Bragaglia

Dipartimento di Italianistica

Via Zamboni 32

40126 Bologna

 

Il plico dovrà contenere la versione cartacea dattiloscritta del saggio e una versione elettronica su supporto CD (memorizzata in formato Word per Windows).

In testa al dattiloscritto vanno indicati i dati anagrafici del partecipante (nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, posta elettronica se posseduta) e vanno allegati la fotocopia del documento di identità in cui compaia la data di nascita e un sintetico curriculum vitae. 

 

Il vincitore sarà premiato nel corso di una cerimonia che si terrà in autunno presso la sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola o presso l’Università di Bologna.

La scelta del critico vincente è compiuta dalla Giuria. La decisione è insindacabile e scaturisce da giudizi di natura contenutistica e letteraria: di ogni saggio sono cioè valutati sia il contenuto critico che lo stile dell’esposizione.

 

La giuria è composta da:

Cristina Bragaglia (presidente del premio, docente di Storia e critica del cinema presso l’Università degli studi di Bologna)

Marina Sanna (caporedattore della “Rivista del cinematografo”)

Paolo Aleotti (giornalista RAI)

Alberto Barbera (direttore del Museo del cinema di Torino)

Antonio Castronuovo (critico letterario, rappresentante Fondazione CR di Imola)

  

Fernaldo Di Giammatteo
 
CONSIGLI DI SCRITTURA

«Odio i cinefili, non sopporto chi non sa scrivere, chi scrive oscuro, chi usa gerghi, chi non si prende la briga di spiegarsi semplicemente, chi non racconta pianamente le storie del film, chi si nasconde dietro l’autorità (e i crittogrammi) altrui, chi si abbandona ai piaceri dell’apologia, dell’entusiasmo, del delirio trionfalistico. Amo chi ha l’umiltà di trascrivere in termini accessibili anche i problemi critici più ardui».

«A me della seriosità non frega proprio niente. A me interessa la chiarezza e, insieme, il pepe dello stile: le due cose evitano la noia. Non tutti gli autori sono chiari, pochissimi hanno il pepe. Pazienza. Io ci provo, rompo i coglioni. Soprattutto con quelli che partono sicuri, baldanzosi, catafratti e arroganti. Perché di certo costoro sbagliano, se è lecito dirlo, in perfetta umiltà».

«Il perfetto autore deve immaginare che il lettore non sa nulla. Occorre fornire notizie esaurenti. Occorre spiegare ogni problema di critica, di teoria. Occorre far comprendere film per film di che cosa esattamente si tratta e si racconta. Occorre essere semplici e non “cinefilici” nella scrittura per farsi capire da tutti, sapendo che, appunto, nessuno sa nulla».

«Anche l’ordine è chiarezza e la chiarezza è il segreto dei buoni saggi».

«Ricorda il tono (semplice, accessibile), la necessaria scientificità del saggio (i film vanno analizzati a fondo, nei loro meccanismi narrativi e figurativi), gli indispensabili e puntuali riferimenti biografici, passo per passo nel corso del saggio, il quadro sociale e culturale […]. Tieni presente che tutti i termini specialistici e tutti i problemi critici vanno sempre spiegati, mai dati per noti».

«Quando capita fate cenno della recitazione, parlate degli attori che interpretano le parti maggiori, entrate un poco nel meccanismo del rapporto uomo-personaggio e sue tecniche».

«La scelta dei temi, la loro organizzazione in un discorso attraente e il “panorama” culturale che ne scaturisce meritano di essere travasati in un linguaggio il più possibile limpido (senza perdere nulla della sua “concettosità”)».

«Quando leggo “attorno a film del calibro…”, mi appare il fantasma minaccioso del becero linguaggio degli intrattenitori televisivi e non posso non ribellarmi in nome della lingua italiana. Perché non scrivere “attorno a film dell’importanza, o del prestigio, o della fama”?».

«Si tratta di semplificare ovunque possibile (mi domando, ad esempio, se sia indispensabile scrivere “non è dotato di oralità”, espressione così solenne e “scientifica”, invece del brutale “parla”) e sempre sull’ottica della semplificazione, di evitare le ripetizioni. Che vengono spontanee per ribadire un concetto o per riprendere il filo del discorso ma che finiscono per dilatare e appesantire il testo».

«Ripulisci e semplifica ancora. Ma non per arrivare al giornalismo (che è un’altra cosa, genere diverso) ma alla saggistica “comunicativa”: scientifica e rigorosa d’impianto, leggibile (di lingua comune, non di metalinguaggio) di struttura. Non alla divulgazione. Nemmeno. Alla pura, ricca comunicazione».