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Ricordo di Bruno Rasia

  • Data di pubblicazione 03 dicembre 2011

 

Il 5 dicembre 2011 scade l’anniversario della scomparsa di Bruno Rasia, avvenuta a Roma un anno fa. Perché voglio ricordarlo? Perché Bruno è stato non solo un grande amico mio personale, ma anche un collaboratore del Circolo del Cinema, che egli seguì con passione nei primi anni di vita dell’Associazione, aiutandoci nell’impresa. Era il periodo felice della nostra giovinezza, la seconda guerra mondiale era finita da poco e, nell’atmosfera serena della ritrovata libertà, avevamo in comune un mare di progetti. Lui si era diplomato in architettura e scenografia all’Accademia di Brera, ed essendo entrambi amanti del cinema, passavamo le serate insieme a parlare fino a tarda notte di cinematografia e di arte.
Possiamo dire che la nostra storia grafica inizia proprio con Rasia. Infatti il primo manifesto figurato a colori del Circolo del Cinema, datato 1948, fu creato dalla sua fantasia e realizzato con le sue mani. Mi piace ricordarlo riportando qui le sue stesse parole.
«Quella sera confabulai con Toni Cortella, col quale avevo in comune, fra l’altro, esperienze teatrali di attore, per realizzare il manifesto di cui il Circolo aveva bisogno e che m’ero impegnato a fare senza spendere una lira (che non c’era) e decidemmo di andare, durante la notte, in via Marconi, nella tipografia dello zio e del padre di Toni. Quatti quatti come ladri entrammo nella stamperia deserta e Toni, che vi lavorava, accese le luci. Conosceva bene il mestiere (la tipografia, poi, sotto la sua competente guida, diventò una grande industria) e inventammo la tecnica per fare quell’economico manifesto. Ricordo che tagliai cartoni e pezzi di faesite, incollandoli su una superficie, e col trincetto scavai le forme simulando la xilografia. Infine stampammo con una macchina piana, non senza emozione e compiacimento».
Era così nato il nostro manifesto, quello del “faccione umano” della Terra che proietta sullo schermo, con una strizzatina d’occhio, una scena di leggiadre ballerine.

  
Ma Tregnago (dove era nato il 3 aprile 1926) e Verona gli stavano ormai strette e ben presto Rasia si trasferì a Roma. Aveva in tasca un documentario realizzato sulle formelle bronzee della Basilica di S. Zeno: era Il libro di bronzo, che fu presentato anche al Festival di Venezia e che gli aprì le porte del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diplomò in regia nel 1953. Noi lo proiettammo l’11 novembre 1951 al Supercinema (in coppia con gli Amanti folli di Max Ophüls), divertiti dal fatto che la “voce di Dio” fuori campo fosse quella di Carlo Vita Fedeli, uno dei soci fondatori.
Artista eclettico e versatile, Bruno si impegnò con successo su vari fronti, dalla regia e scenografia cinematografica alla pittura, per anni esercitata nell’accogliente studio di via Margutta, dalla scrittura alla televisione. Fu infatti regista di vari documentari, tra cui alcuni girati nella città scaligera, e quando Renato Rascel nel 1953 si cimentò nella regia, per la prima e unica volta, con il film La passeggiata, collaborò come primo aiuto. Nel decennio 1955-1965 progettò e costruì navi d’epoca (galeoni e feluche) per una serie di film d’avventura di cui promosse la realizzazione per la Titanus o la Morino Film di Comencini, firmando soggetto e sceneggiatura di pellicole come I moschettieri del mare di Vanzina, I pirati della costa di Paolella ed altre che furono girate a Peschiera del Garda. Importante fu anche la sua collaborazione con la Rai, per la quale dal 1965 curò programmi e rubriche giornalistiche di attualità e socio-politiche (“Cordialmente”, “Noi e gli altri”), a fianco di personalità come Arrigo Levi, Mino Monicelli, Paolo Valmarana, ed altri. Per RaiUno fu produttore, sceneggiatore e regista di una serie di film tratti da scrittori Premio Nobel, quali M. Camus (Il Malinteso), M. Duras (La Musica), J.P. Sartre (Le mani sporche, con Mastroianni, qui come aiuto regista di Elio Petri). Nel 1983 diresse per la Tv Un marziano a Roma, dalla commedia di Flaiano, del quale era divenuto grande amico e al quale dedicò alcune delle sue fatiche letterarie: “Con Flaiano al caffè” (parte di un cofanetto realizzato per la manifestazione “Mille bambini a via Margutta”, nata per far conoscere il mondo della disabilità e per parlare di prevenzione); “C’era una volta Ennio Flaiano” (Eri), “Ennio il Piccolo Flaiano” (Gangemi Editore). Nel 1987 aveva diretto Un uomo di razza, con Philippe Leroy, storia ambientata tra la Somalia e Verona, un film al quale era molto affezionato e che vinse premi in Italia e all’estero.
Ecco, queste sono solo alcune delle cose belle fatte da Bruno, che ho tratto da alcuni appunti che sua moglie Carla mi ha inviato da Roma e dal cassetto della mia memoria. Perché, nonostante la lontananza, egli mantenne fino all’ultimo momento della sua vita i contatti con il Circolo, spesso con inaspettate e lunghe conversazioni telefoniche.
La sua scomparsa mi ha molto addolorato, ma di una cosa sono certo: il Circolo del Cinema non lo dimenticherà. E ne è una prova il fatto che ogni anno sulla copertina del raccoglitore dei “Filmese” vengono riprodotti gli elementi iconografici di quel primo manifesto, che fu per l’Associazione il viatico verso la nostra fantastica impresa.    (P. Barzisa)