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Ricordo di Corso Salani

  • Data di pubblicazione 19 giugno 2010

L'improvvisa scomparsa del regista-attore Corso Salani ha lasciato un vuoto tra i soci del Circolo del Cinema, che avevano avuto modo di apprezzare i suoi film e di ammirarne lo spirito indipendente, il carattere schivo e modesto, ricco di simpatia e di profonda umanità. In ricordo di Salani, inserito nell'Albo d'oro degli Autori ospiti e amici del Circolo, pubblichiamo un articolo uscito sul numero di marzo 2002 del periodico dell'Associazione "Filmese - Schermi d'autore" a commento dell'incontro svoltosi presso il Cinema Filarmonico la sera del 31 gennaio 2002 in occasione della presentazione del suo film "Occidente".

 

NELL’ “OCCIDENTE” DI CORSO SALANI IL SILENZIO COMUNICA SENTIMENTI PROFONDI

di Maria Luisa e Maria Teresa Zardini

Occidente, ultimo film di Corso Salani, autore poco conosciuto al grande pubblico perché la sua produzione, rigorosamente indipendente, non ha molta visibilità nei circuiti tradizionali, è stato presentato dallo stesso regista ai soci del Circolo nella proiezione serale di giovedì 31 gennaio.

 

 

Durante il dibattito seguito al film e coordinato da Roberto Bechis, i complimenti dei presenti ed il riconoscimento dell’opera sono stati rivolti soprattutto a Salani documentarista-regista e sceneggiatore. Le curiosità e le domande dei soci hanno sollecitato il regista a parlare del suo lavoro, del personaggio che come attore si porta dietro nei suoi film (sebbene mediti di non proseguire più su questa strada), e anche a spiegare come gli è nata l’idea di Occidente e come ha costruito i personaggi e il linguaggio filmico di quest’opera.

«L’idea di Occidente», racconta Salani, «è nata subito dopo aver girato un documentario a Bucarest, nel 1989, non tanto per descrivere la rivoluzione rumena, ma perché colpito dal coraggio, dall’entusiasmo e dall’eroismo di tanti giovani», e desiderava «unire a quel documento una storia con l’intento di immaginare come sarebbe stata una possibile vita, o una delle possibili vite, per la ragazza da lui incontrata e intervistata se fosse emigrata in occidente».

All’origine del film c’è dunque questo documentario che Salani ha voluto lasciare così com’era stato girato perché, come molti registi di ultima generazione, pensa che il documentario possa essere una forma di comunicazione più adatta di altre, anche se non l’unica, a raccontare «uno spaccato della realtà più vicino alla nostra vita quotidiana». «A volte», sostiene il regista, «è necessario - per creare un personaggio più reale sia dal punto di vista di chi lo fa, che da parte di chi lo vede - avvicinarsi a questa forma di comunicazione».

«L’azzardo» di Occidente è stato, allora, di «riuscire a raccontare il dolore ed il senso di colpa di una ragazza sopravvissuta alla sua migliore amica» durante un combattimento dei rivoltosi dell’89 in piazza Republici, inserendoli «in una storia in cui l’intesa tra i due protagonisti non avviene attraverso la parola, e dove la comunicazione è fatta di soli sguardi».

Nella ripresa, perciò, ha privilegiato quasi istintivamente i lunghi, e talvolta esasperati ed esasperanti, piani-sequenza, perché «bisognava in qualche modo, anche esagerando, cercare i pensieri, i sentimenti di Malvina nel suo volto, sul suo corpo e nello straniamento del paesaggio umano che la circondava».

La scelta di questo tipo di ripresa «ha permesso infatti di riportare sullo schermo i tempi interiori dei personaggi», rendendo soprattutto verosimile la silenziosa e sospesa comunicazione di pensieri tra Malvina e Alberto, che ci è apparsa così intensa (anche grazie alla bravura interpretativa dell’attrice Agnieszka Czekanska e dello stesso Salani), quasi che i loro sguardi fossero catturati da una reciproca carica magnetica.

Perciò il silenzio, sottolinea il regista, «non è tanto l’espressione dell’incomunicabilità», come qualche critico ha scritto, «ma un linguaggio a volte più vero e profondo di quello che si riesce ad esprimere con le parole». E al silenzio dei due protagonisti fa da sfondo ideale la babele di lingue del «paesaggio umano di Aviano: l’indefinito e spaesante occidente del film».

Qui, infatti, gli americani parlano inglese, ma anche i friulani e i veneti si rifugiano, quasi per difesa, nella loro isola linguistica: il loro dialetto. Questa moltitudine confusa di lingue, che tuttavia non comunicano veramente oppure non vanno oltre la banalità dei luoghi comuni, è stata voluta dal regista come metafora della difensiva, della chiusura, della mancanza di accoglienza di questo “occidente”; solo Malvina e l’amica Dori, le due persone che più si sentono sradicate, si impongono di parlare non nella materna lingua rumena bensì in italiano, pur di sentirsi in qualche modo parte di questo luogo. (Da sottolineare che la sceneggiatura del film è stata scritta tutta in italiano; successivamente il regista, proprio in forza della sua totale autonomia di lavoro, ha affidato agli attori, anche a quelli non professionisti, la libertà di interpretare ma anche di tradurre a loro piacimento le battute in inglese o in dialetto).

L’idea di occidente che Salani restituisce al pubblico, in chiusura di serata, è una linea, una barriera, un confine comunque sempre più in là: «L’occidente resta sempre un luogo sognato ed idealizzato come un buon posto per viverci da chi proviene da paesi in difficoltà, ma anche chi vive in occidente ha un suo altro occidente», ossia un margine più in là, più ricco, opulento o fantastico da idealizzare e sognare, come del resto succede nel film, in un viaggio ai Caraibi o a Disneyland o al più nostrano Gardaland.

Occidente si chiude alla nostra vista con un finale sospeso, che rimbalza, come qualcuno in sala ha osservato, sullo spettatore come un “muro di gomma”, parafrasando un film caro al regista.

Anche in questa occasione Salani sostiene che il finale è meglio non raccontarlo, perché così ognuno può «immaginarselo» secondo la sua sensibilità, anzi svela che nello scrivere la sceneggiatura con Monica Rametta non ha mai prospettato un finale diverso dallo sfondamento fragoroso della porta che immediatamente dà luogo alla dissolvenza della scena su nero, e che, pertanto, la sua «idea del finale non è «né quella di Alberto che arriva a salvare Malvina, né quella di Alberto che arriva troppo tardi per salvarla...». Pure in questa scelta non si può non dargli ragione, se si coglie la metafora della porta come barriera della comunicazione della parola, che finalmente cade.

Grazie e complimenti a Corso Salani, per essersi così affabilmente prestato a presentare il suo “occidente”: una sospesa e silenziosa comunicazione di sentimenti in un paesaggio umano indefinito e straniante, prototipo di un mondo che sta sempre più andando in questa direzione.