Si nota sempre una certa dose di “dark” nelle commedie del cinema scandinavo, o comunque una marcata nota grottesca, che può sfociare nello splatter, nel cinico, nello scabroso, toccando temi delicati come la sessualità, la disabilità, la malattia mentale, la politica. E se c’è qualcuno che può prendere in mano una materia narrativa “sensibile” e stravolgerla in un cinema collocato a metà tra dramma e commedia, diremmo abbastanza politicamente non corretto, questo è proprio un regista quale il danese Anders Thomas Jensen, formatosi nel gruppo di autori del Dogma 95 fondato da Lars von Trier e Thomas Vinterberg.
Già noto autore di commedie grottesche, Jensen ha partecipato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia con il suo ultimo lavoro, The last viking (titolo ironicamente altisonante, che diventa Mio fratello è un vichingo nella distribuzione italiana), film che rientra pienamente nella categoria di cui sopra. Il film è appunto una dark comedy, con un prologo che pone le basi senza troppe ambiguità a questa storia bizzarra: si narra la leggenda di un antico vichingo che ha posto le basi per una società ideale di “pari”, attraverso una logica violenta che si presume sensata: menomato, impone all’intera sua comunità la stessa ferita, al fine di superare la propria diversità.
Non fatevi ingannare da questa premessa: il film non è certo Valhalla Rising di Refn, di sangue in scena non ce n’è altrettanto (ma non manca), però c’è sempre lui, Mads Mikkelsen, in un ruolo da “vichingo” decisamente alternativo. Interpreta infatti Manfred, un uomo diagnosticato con grave disturbo dissociativo dell’identità: in dei flashback lo vediamo indossare un elmo da vichingo e disseminare rune in giro, provocando disagio in famiglia, mentre da adulto pretende di essere chiamato John (si crede un’incarnazione di Lennon dei Beatles). Tutto ciò è già motore di una narrazione irriverente, alla quale partecipano presto anche altri presunti membri della band inglese, raccolti dalle cliniche di tutta la Scandinavia per una bizzarra terapia di gruppo (qualcuno pensa di guarirli assecondando la loro distorta percezione della realtà).
Sarebbe quindi tutto molto commedia e poco dramma, se non fosse per Anker, fratello di Manfred, coinvolto in una rapina in banca che lo ha lasciato 15 anni in carcere. Una volta uscito, ha bisogno del fratello per ritrovare i soldi nascosti nel bosco vicino alla casa di famiglia, che aveva affidato a lui. Il disturbo di Manfred rende però il ritrovamento del denaro un’operazione esasperante e i due iniziano così la faticosa ricostruzione di un rapporto umano tra fratelli, minacciati costantemente da circostanze avverse (dai nuovi proprietari della loro vecchia casa fino al killer spietato che li bracca e cerca lo stesso bottino).
Per essere una commedia, il film è un continuo attraversare un trauma per passare a un altro, con una vena grottesca di fondo che cala la storia in un clima di risate e tensione. Ma ampio spazio è lasciato allo svilupparsi di questo rapporto difficile, conflittuale ma assieme anche sottilmente tenero tra i due fratelli, due “pazzi” a proprio modo che si trovano ad avere a che fare con una realtà ostile e assurda. Jensen gioca con il concetto di “normalità”, con il linguaggio dell’humour nero, senza mai perdere di vista i suoi personaggi.
Michele Bellantuono
