Sfogliando delle foto di famiglia durante i suoi ultimi giorni alla NYU, la regista e sceneggiatrice Charlotte Wells, ne trovò alcune di una distante vacanza estiva trascorsa con il padre, che fecero da scintilla per spingerla a riflettere sul passato. Questi ricordi, vivi quanto annebbiati, solo l’ispirazione per il suo primo lungometraggio Aftersun, il quale racconta la storia di Calum, padre giovane separato, e Sophie, sua figlia di undici anni, seguendoli in una vacanza negli anni 90 in un resort in Turchia. Calum (interpretato da Paul Mescal, conosciuto per il suo ruolo nella serie Normal People) vive in Inghilterra, mentre Sophie (interpretata da Frankie Corio al suo debutto) vive con la madre in Scozia – di conseguenza questa vacanza rappresenta il loro poco e prezioso tempo insieme.
Wells sottolinea come Calum non sia il proprio padre e lei non sia Sophie, ma scrivendo la storia questa è diventata sempre più emotivamente autobiografica, ed esprime sicuramente elementi della sua relazione con il padre. Aftersun ricorda il modo delicato di comunicare dei film di Céline Sciamma come Tomboy e Petite Maman, ai quali rimanda sicuramente per la presenza di bambini protagonisti, ma soprattutto per come presenta il mondo di Calum e Sophie in maniera naturale e realistica. I loro gesti e sguardi raccontano la loro intimità, mentre i discorsi colorano il loro rapporto, rendendoci parte del loro mondo. Come i film di Sciamma, il film di Wells racconta una storia a cui tutti possono, in misura diversa, sentire di appartenere, perché i sentimenti e gli scenari mostrati sono veri. L’esperienza sensoriale del tenersi per mano, delle carezze nei capelli prima di andare a letto, dello spalmarsi la crema solare in una giornata estiva, dello stare seduti in riva al mare e del comunicare senza dirsi molto, sono tutte sensazioni personali quanto universali.
Ad alimentare la veridicità del racconto, è il fatto che la vacanza sia un evento passato e rivissuto da Sophie vent’anni dopo, tramite filmini amatoriali, polaroid e ricordi. Quando Calum è il soggetto del girato, Sophie è dietro la videocamera ed osserva il padre in prima persona, filmando quelle scene mosse e buffe che poi riavvolgerà per riviverle. In quelle immagini, Calum e Sophie sono bloccati nel tempo, in quella vacanza così cara quanto difficile, in quel luogo, insieme per sempre.
Il ritratto di Calum è confuso quanto i ricordi di Sophie a riguardo, ma nonostante dei dettagli rimangano celati, il quadro è chiaro. Calum è affettuoso e gentile, ma anche triste e isolato, e i suoi stati d’animo evidenziano il fatto che la crescita raccontata nel film riguarda sia il padre che la figlia. Corio interpreta con naturalezza l’approcciarsi di Sophie all’adolescenza e al genitore, come il modo in cui studia ciò che la circonda. La calma del mare in una giornata tersa d’estate e il buio infinito del mare di notte, rappresentano le due facce della loro vacanza lontana, in cui momenti finiti hanno generato domande infinite. Vent’anni dopo Sophie rivisita quelle immagini nella speranza di capire suo padre e di dare un nuovo significato ai suoi ricordi. Mentre dividono un dolce a cena, decidono di farsi scattare una polaroid: la foto viene scattata fuori campo, ne sentiamo il rumore e li vediamo posare, poi i due tornano al loro dolce. Mentre parlano, la polaroid inizia a svilupparsi sotto i nostri occhi, e anche se abbiamo già visto il soggetto, attendiamo comunque che questa si sviluppi con interesse, perché mostrerà una nuova prospettiva.
Greta Calaciura
