Bad Roads

Attorno al tema della rappresentazione bellica si sono dette e scritte molte cose. La storia del cinema di guerra è la storia di una complessità rappresentativa, derivata da una problematicità morale che porta gli autori a scontrarsi con un vizio di prassi: cosa si può raccontare? E come? Forse una rappresentazione non basta, forse l’unica strada autentica è “andare e vedere”, parafrasando il titolo di uno dei film anti-bellici più visionari e brutali della storia del cinema, Va’ e vedi, diretto da Elem Klimov. Opere come il capolavoro di Klimov fanno riflettere sulle basi stesse del “realismo” rappresentativo di uno scenario bellico. Come se per mostrare la morte, la miseria o il caos non fosse sufficiente lo sguardo di un documentarista, quanto piuttosto un occhio allucinato da una vivida visione d’incubo, manifestazione di un trauma interiore e dell’annebbiamento dell’intelletto. Klimov ad esempio coglie una suggestione tratta dall’Apocalisse di Giovanni. Sulla spinta di una simile sensibilità, la drammaturga e regista ucraina Natalya Vorozhbit delega il racconto del conflitto di una terra sofferente, il martoriato Donbass, a un palcoscenico kafkiano in cui si scontrano e interagiscono anime tormentate e torturatori, tutti vittime di un comune e triste destino in una patria consumata dalla violenza. Tratto da un’opera teatrale della Vorozhbit, autrice che ha dedicato altre sue opere alle vittime della guerra, il film Bad Roads è la messa in scena di un dramma in realtà difficilmente collocabile in termini geografici o storici. Il Donbass, oggi regione di scontri tra forze ucraine e separatisti pro-Russia, è solo la fonte d’ispirazione per il racconto di una tragedia umana facilmente universalizzabile, attraverso il meccanismo di una narrazione episodica in cui interagiscono personaggi senza nome. Ciò che la camera mette a fuoco è la graduale perdita di coordinate e di luce, che qui veramente potrebbe essere un simbolo della ragione umana: questa man mano abbandona il mondo in cui agiscono i protagonisti, calando il racconto in una tenebra soffocante. Non a caso il primo dei quattro episodi è l’unico in cui appare la luce diurna, oltre ad essere il più kafkiano: a un posto di blocco in mezzo al nulla cresce la tensione tra un civile e alcuni militari intenzionati a non farlo passare. È solo il primo segnale di un’esplorazione della conflittualità umana che il film porterà avanti con crescente ferocia, addentrandosi in quella che sembra più una qualche incarnazione del Male e dell’impotenza umana di fronte a un’entità che non conosce pietà. Come nel crudo e cupo terzo episodio, una sequenza orrorifica ambientata in un luogo di cui percepiamo l’umidità, un interno sudicio e buio in cui si consuma il confronto tra bestiale e umano. L’umanità è ormai non un dato acquisito, ma un compromesso rifiutato dal diabolico militare protagonista dell’episodio, torturatore di una giovane donna. Lei funge da simbolo di una purezza che comunque resiste, tentando disperata di umanizzare il suo aguzzino. Chi sei? Perché sei qui? Cosa sta succedendo? Nel mezzo del caos scatenato da dinamiche di potere aggravate da un conflitto senza nome, la regista pone ai personaggi queste domande. L’atmosfera angosciosa emanata da queste strade cattive è forse la più immediata delle risposte. Quale identità, se non distinguo la vittima dal carnefice? Se ho il dubbio che la battaglia del nemico sia più giusta della mia? Quali motivi, se la guerra è solo un appetito da soddisfare? La guerra, nella visione della Vorozhbit, è solo questo: violenza nata da un vuoto. Bad Roads con la sua durezza e le sue quattro intense storie restituisce il suono di un’umanità fragile, ancora non rotta ma colta nell’atto di spezzarsi.

Michele Bellantuono

Cinema Kappadue

14.30 - 17.00 - 19.30

Proiezione

13 maggio 2021

Regia

Natalya Vorozhbit

Durata

1h45min

Origine

Ucraina, 2020