Un film come l’esordio di Panah Panahi difficilmente può essere letto escludendo il contesto geografico, politico e persino biologico in cui l’opera nasce. Panah, infatti, altri non è che il figlio del celebrato quanto perseguitato Jafar Panahi – autore ospite fisso dei grandi festival (sebbene spesso impedito a presenziare) e vincitore, fra gli altri, di un Leone, di un Orso e di un Pardo d’oro, ma anche sorvegliato speciale del regime islamico. Da luglio il regista è detenuto e non se ne hanno notizie certe, mentre ad oggi ancora infuriano le rivolte di piazza scatenate a settembre dall’uccisione della giovane Mahsa Amini per mano della polizia religiosa. Hit the Road, presentato nel 2021 a Cannes, non può allora che costituirsi come ulteriore e fondamentale tassello di un più ampio mosaico che, attraverso il cinema e l’opera di autori come Kiarostami, Rasoulof e lo stesso Panahi senior, va interrogandosi sulla difficile realtà dell’Iran post-rivoluzionario, inscenandola e traducendola anche a consumo del pubblico occidentale. Il film di Panah Panahi compie però un ulteriore scarto, quasi a voler raccogliere, dalle mani di registi sempre più vessati e impediti dal regime, un testimone da trasmettere alla nuova generazione di cineasti che si sta affacciando. Panahi, che ha atteso i 37 anni per esordire dietro la macchina da presa, è stato a lungo assistente del padre, come questi lo è stato di Kiarostami. Non sarà allora un caso che, da questo doppio apprendistato, Hit the Road mutui due topoi fondanti del cinema persiano contemporaneo: la presenza di bambini fra i protagonisti e l’ambientazione on the road e, precisamente, all’interno dell’abitacolo dell’autovettura.
Questo spazio angusto diventa paradossalmente un microcosmo di libertà, in cui le relazioni sono più distese e autentiche, in cui si può ascoltare e magari cantare a squarciagola musica proibita, dove se il velo scivola scoprendo i capelli non accade nulla: «viviamo un’altra vita rispetto a quella che viviamo per strada». Allo stesso modo, la voce dei più piccoli diventa specchietto per distrarre la censura, nascondendo in piena vista riflessioni camuffate sotto la pretesa spontaneità dei bambini. In Hit the Road, una famiglia è in viaggio verso il confine turco per permettere al figlio maggiore di attraversarlo illegalmente. Nel tragitto a bordo di un SUV a nolo, emergono le tensioni e le preoccupazioni per un gesto tanto pericoloso, ma anche gli affetti e un umorismo sghembo che Panahi tratteggi in sceneggiatura con grande finezza. È in questa marcata vena comica, che emerge a dispetto della cupezza degli avvenimenti, che il registra trova la misura più personale del suo esordio, eleggendo a riferimento i salaci scambi di battute tipici della commedia all’italiana, così come le dinamiche di certo cinema indie americano, che ama costellare di imprevisti i viaggi dei propri protagonisti. Il lavoro di cesello sui dialoghi è sostenuto da un ristretto e affiatatissimo comparto di attori, su cui spicca per irruenza il seienne Rayan Sarlak, motore d’autenticità del film: il suo rapporto scanzonato con gli adulti è il detonatore che deflagra la loro gravità, accendendo di speranza anche questa storia amara di resa e fuga. Attraverso la sua inesauribile vitalità e fantasia di bambino, Panahi si arrischia nel prefinale a un’inedita (per il cinema persiano) apertura onirica, che, omaggiando apertamente Kubrick, ci regala una sequenza fra le più emozionanti del cinema recente.
Luca Mantovani
