Vincitore del Premio Circolo del Cinema alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2023.
Le giurate e i giurati del Premio Circolo del Cinema ci raccontano Hoard, di Luna Carmoon, la loro scelta per l’assegnazione del nostro premio quest’anno.
Era vero, come mi avevano detto, che l’adrenalina di Venezia non mi avrebbe fatto sentire la fame e il sonno (la sete, quella sì invece). Al terzo giorno l’impazienza inevitabile che forse è regola dei grandi festival, quando sei già stato tanto in sala ma non hai visto quel film, fino a che il cinema non ti chiede di andare a cercare fra gli scarti. E intendiamoci, non gli scarti (destinati a rimanere tali) di un concorso ufficiale che fa fatica a decollare, ma un film sugli scarti, in gara per la 38. Settimana Internazionale della Critica. Scarto in senso stretto e in senso lato, perché la regista inglese Luna Carmoon ci mette di fronte ai rifiuti veri e propri, ma anche alle distanze emotive e temporali in cui sono racchiusi i ricordi, da districare e con cui fare i conti. Un esordio che sembra già una firma riconoscibile per il modo in cui utilizza la scena e i corpi degli attori, impegnati a far parte di un universo che ha a che fare con l’impulso, con la pancia. Maria (Saura Lightfoot Leon) ha un trauma sopito, il ricordo di una madre che accumulava in casa oggetti di ogni tipo e che le cantava filastrocche inventate, regole magiche per giocare sempre in due, in uno spazio sempre più stretto dall’ossessione del possesso (di cose e non solo). Per Carmoon gli spazi e il modo in cui vengono gestiti sono fondamentali e quando finiscono di essere occupati realmente e ritroviamo Maria adolescente in una casa pulita e apparentemente sgombra, ecco che questi si fanno spazi interiori, dove i demoni si accumulano senza fine e non si buttano mai davvero. La forza del film risiede in questo, nel linguaggio che sposta il peso dei ricordi da materia vera e propria (le chincaglierie, la carta stagnola che la madre di Maria le intima di riportare a casa) a una più impercettibile, ancora più difficile da trascinare. Ad incarnare (perché il film deve pur sempre, anche quando si eleva allo stato emotivo, avere a che fare con la carne e con la materia) questo fardello è Michael (Joseph Quinn): il desiderio di superare il passato che conti- nua schiacciare Maria, ma anche la palude in cui rimanere invischiata. Seguendo una danza che è quasi un rituale di accoppiamento, quasi Phantom Thread (Paul Thomas Anderson, 2017) ma con una sintesi positiva, fra giochi dal sapore erotico e sensi al limite della sinestesia, la regista vuole guidarci attraverso il superamento di un trauma. Sacro e profano insieme: andate e godetene tutti. (Marika Zandanel)
Sei mai stato travolto da un film? Si riaccendono le luci in sala, scorrono i titoli di coda e tu ti trovi lì, indeciso tra applaudire o scappare disgustato. Emotivamente confuso, fermo, pratica- mente immobile, con la sensazione di essere stato colpito, di essere vulnerabile. Ti trovi lì, seduto in un silenzio sospeso, nella crescente consapevolezza di essere circondato da persone che, proprio come te, si stanno chiedendo: che… cosa ho appena visto? Hoard. Un suono gutturale ma avvolgente, con un lieve picco vocale sul finale; come a rompere un cerchio preannunciando però anche qualcosa di… definitivo. Hoard. In base alla traduzione può voler dire sia “accumulo” che “tesoro”. Nel suo essere è entrambi. È un tesoro perché ricorda cos’è e cosa dovrebbe essere un film. La fotografia, i colori, le musiche, gli attori, le atmosfere, il ritmo, la leggerezza e il dramma. Un connubio materico e travolgente di elementi tutto votato al racconto di una storia, perché, in fondo, cosa c’è di più prezioso di una storia ben raccontata? Un tesoro che si rispetti va però conquistato ed è qui che entra in gioco l’accumulo. Hoard parla d’amore, un amore così viscerale da condizionare in modo indelebile l’esistenza di chi lo prova. Un sentimento totale e totalizzante capace di far vivere momenti magici ma anche di far sprofondare nelle tenebre più oscure. Traumatico ma dolce, corale ma solitario, bizzarro, insano ma anche così autentico e spontaneo che non potrebbe essere stato diversamente da com’è. Un accumulo emotivo senza filtri che scena, dopo scena, dopo scena ti trascina con sé, si fa più forte e vivo. Hoard prende a torte in faccia il pudore, brucia il comune buon senso, invoglia al rifiuto, dando contemporane- amente un senso nuovo al rifiuto stesso. Hoard è la scelta di farsi travolgere per trovare il tesoro o accumularsi verso l’uscita. Avvertenze: nel film sono presenti scene a base di pop-corn, cara- melle frizzanti, ceneri e timballo di carne. Può contenere tracce di altre cose non correttamente differenziate. (Alessia Origano)
Dopo una pausa pranzo vacanziera con vista mare, scivolo lentamente verso le poltroncine color verde acqua della Sala Perla. Oggi è il 2 settembre e un confuso agglomerato umano con annesso brusio di sottofondo attende impaziente la proiezione del giorno: Hoard, di Luna Carmoon. Non so chi sia la regista e sono scusato, ma non lo sono affatto per un altro motivo, non conosco Joseph Quinn. Chiedo informazioni a riguardo e comprendo l’entusiasmo: attore in Stranger Things. La presenza di Quinn in sala rende l’atmosfera vibrante e un lungo applauso segue la presentazione di ogni membro del cast da parte di Beatrice Fiorentino, Delegata ufficiale della Settimana Internazionale della Critica. Ultima ad essere menzionata, ovviamente, è la regista. Luna si alza, sorride sotto la chioma rossa, ringrazia il pubblico per l’accoglienza, si gira e rigira cercando lo sguardo complice dei suoi compagni di avventura, io la fisso attentamente e scorgo in lei un nonsochè di diverso. A quel punto ondeggia verso il palcoscenico in direzione di Beatrice per i ringraziamenti di rito. Non vedo l’ora di sentirla parlare e la sua voce non tradisce le aspettative: l’accento è londinese, il timbro è caldo e rotondo, fin troppo rilassato, fin troppo seducente. La osservo in silenzio. Sembra un essere totalmente libero, appena sceso da un altro pianeta, svincolato dalle regole degli uomini comuni, in completa (dis)armonia con il Tutto. Forse è fatta, mi dico io, o forse è semplicemente se stessa. Termina il discorsetto dicendo qualcosa del tipo: «sento dell’energia positiva nell’aria». Gli spettatori apprezzano. Scroscio di applausi. Torna con passo felpato a sedersi in platea, abbraccia il coprotagonista Joseph e la protagonista Saura Leon, si mette comoda sulla poltroncina per poi sprofondarci dentro, il buio cala in sala. Dopo due ore e sei minuti le luci si riaccendono, i titoli di coda scorrono lentamente e io finalmente capisco: per l’originalità del contenuto, per l’urgenza del messaggio, per la stravaganza, la veemenza e la follia dei personaggi rappresentati, Hoard è lei. È Luna Carmoon. (Lorenzo Zampini)
Il rapporto simbiotico, teneramente malato, tra una madre, sua figlia Maria e la casa che abitano. È una follia visiva, putrescente e squallida, quella che ci viene presentata: lo spazio scenico e il sistematico affastellamento di rifiuti – sacchi dell’immondizia, elementi organici, animali morti – sono perfettamente sovrapponibili. Eppure, nulla di questo disturba: la madre, nonostante l’inadeguatezza, è amorevole; la figlia comprensiva. La loro intimità, inaccessibile proprio perché schermata da quell’ammasso di pattume, quali questo fosse il loro “rifiuto” contro la vita piccolo borghese, invidiabile. Poi, però, proprio la vita piccolo borghese fa breccia nella delicata fortezza di premura e ossessione: un incidente domestico, gli assistenti sociali, l’affido. Stacco. Sono passati dieci anni. Maria è cresciuta, lontana dalla madre. Eppure, il repellente e il rivoltante, su di lei esercitano ancora un fascino enorme. Sono ancora parte integrante, se non fondante, della sua vita di adolescente. È ciò che, ancestralmente, la unisce ancora alla madre, il cordone reciso con violenza di cui cerca disperatamente i pezzi e, possibilmente, di infilarli in un sacco dell’umido e nasconderli sotto il letto. L’elaborazione della perdita passa attraverso l’assimilazione inconscia prima, parossistica poi, consape- vole infine, degli elementi identitari che la legano al ricordo: il suo, quello di un’infanzia felice ma confusa, e quello della madre, ormai sbiadito nel tempo. Tutto passa attraverso il vaglio della purulenza: il suo rapporto con gli altri, la scoperta della sessualità, persino il lutto. L’incontro con Michael, con cui condivide l’ossessiva ricerca per la depravazione, porta a una lotta rabbiosa, dove giochi di potere e sopraffazione si intrecciano a una ritrovata tenerezza, seppur malinconica. Questo confronto servirà per Maria a risvegliare dal torpore l’amore per la madre, e per se stessa. Uno degli esordi più straordinari degli ultimi anni. Attenzione a Luna Carmoon (Federico Mango)
Immaginate un sacco nero, di quelli che la gente usa per gettare i rifiuti. Immaginatelo buttato a caso sul marciapiede grigio di un vicolo deserto e spento. Un sacco nero strabordante di liquido marrone, che puzza di carcassa in putrefazione. Immaginate di chinarvi sopra quell’immonda creatura inanimata e raccoglierla e scuoterla, sino a farne uscire il contenuto. E con vostra grande sorpresa scoprite che quella roba informe vi piace, vi affascina, e che non ha poi un così cattivo odore, e allora provate ad assaggiarla, e anche il sapore non è male. Hoard è questo: un’impresa audace e incredibilmente affascinante attraverso gli oscuri recessi del labirinto umano. Luna Carmoon, giovane regista britannica qui al suo esordio, costruisce il quadro di vita di Maria, legandone indissolubilmente passato e presente. Il controverso rapporto con l’imponente figura della madre, Cynthia, donna gravemente malata di disposofobia (accumulo compulsivo), riemergerà dal passato con forza psicologica demolitrice nella vita adulta della ragazza, che si troverà invischiata suo malgrado in un vortice destabilizzante di rimpianti e ossessioni. Il dolore e il crescente legame con Michael condurranno Maria a recuperare le manie della madre, nel disperato tentativo di restituire a se stessa l’amore di cui è stata privata da bambina. Luna Carmoon orchestra un psicodramma macabro e folle, in cui il movimento degli attori è costretto all’interno di un quadro scenico soffocato da cumuli infiniti di spazzatura. Attraverso il concetto dello scarto, Luna costruisce un teatro umano disfunzionale, capace di invertire i concetti di disgustoso e gradevole, di amore e ricatto psicologico, in un controverso amalgama sociologico dalla forte componente sovvertiva. La pellicola è un’opera prima eccezionale, una finestra spalancata su un frammento forse mai raccontato dell’aggrovigliato e complesso teatro dell’umano. (Luca Fron)
