Mai raramente a volte sempre

Autumn si guarda allo specchio, in silenzio. Inizia a prendersi a pugni l’addome, che ha appena scoperto rigonfio, ma non lascia spazio alle lacrime. Quasi mai se le concede in Never Rarely Sometimes Always, a eccezione della scena che dà il titolo al terzo lungometraggio di Eliza Hittman: un colloquio con l’assistente sociale che ripete alcune domande alla protagonista, per capire se ha subito violenze. Mai, raramente, a volte e sempre, da avverbi di tempo in un test a risposta multipla, diventano indizi di un dramma tenuto nascosto, fino alla fine, lontano dall’inquadratura. Eliza Hittman è autrice capace di ritrarre fuori da ogni retorica la vita adolescente e i suoi turbamenti: dopo It Felt Like Love (2013) e Beach Rats (2017) aggiunge un altro capitolo al suo romanzo sulla jeunesse statunitense, affrontando l’odissea della protagonista – adolescente in una piccola comunità della Pennsylvania rurale – che scopre di essere incinta e parte per New York, dove ha deciso di abortire. Il suo viaggio insieme alla cugina Skylar, in una livida Grande Mela ripresa durante l’inverno, si scontra fin dai primi passi con uno sguardo agli antipodi: quello di uomini ora distanti, come nel caso del padre di Autumn che nel linguaggio riversa il suo disprezzo per la figlia e tutte le altre componenti della sua famiglia, ora chiaramente predatori. Autumn e Skylar sono due normali diciassettenni, vanno a scuola e lavorano part-time in un supermercato, ma la loro normalità è fatta di continue molestie, incrinature della narrazione innescate dal confronto con uno spazio maschile vorace, che proietta la narrazione in uno stato di tensione emotiva mai risolta. E che prende corpo a partire dai silenzi che compongono una parte essenziale dell’interazione tra le protagoniste. Alla regista – anche sceneggiatrice – va il merito di confermarsi tra le migliori autrici americane contemporanee per abilità mimetica nella scrittura di dialoghi fra adolescenti, consapevole delle loro parole, dei gesti e del modo di esprimersi. Nessuna scena è stata lasciata all’improvvisazione e le interpreti sono state scelte – altro segno distintivo del cinema di Eliza Hittman – tra attrici non professioniste. Sidney Flanigan, che interpreta Autumn, è nata a Buffalo e ha incontrato per caso la regista mentre questa stava lavorando sul set di Buffalo Juggalos (2014), documentario diretto da Scott Cummings, suo compagno e montatore di ogni suo film. Un approccio non insolito per la regista, che da sempre cerca i volti dei suoi personaggi anche e soprattutto nelle strade, nelle spiagge, nei bar, partendo dalla natia Brooklyn. La camera volge sempre al presente, mentre di ciò che è accaduto e ha portato Autumn a New York non sappiamo nulla e poco importa. L’obiettivo si concentra sul suo sguardo e il suo volto, che interroga la realtà alla ricerca di una via di fuga: l’obiettivo indugia sul primo piano, immobilizzando la messa in scena nei momenti più drammatici, come il confronto con l’assistente sociale, poco prima di sottoporsi alla procedura. La fissità della camera diventa in questo caso una dichiarazione d’intenti: ciò che va raccontato è un frammento di realtà, una vita attraverso l’intimità di un punto di vista, forte e fragile al tempo stesso.

Francesco Lughezzani

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

14 ottobre 2021

Regia

Eliza Hittman

Durata

1h41min

Origine

Usa, 2020