Lasciarsi condizionare dalle apparenze, si sa, può essere peccato. Ma in gran parte dei casi, nel rapporto tra esseri umani il nostro aspetto esteriore ha un peso molto forte. E se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, il volto è la prima parte del corpo umano che attira il nostro sguardo e, conseguentemente, anche il nostro giudizio sulla persona. Spetta a noi frenarlo e andare oltre le apparenze. Ma cosa accade quando un individuo è messo nelle condizioni di dover rinunciare al suo volto?
La regista polacca Małgorzata Szumowska prova a rispondere con il suo film Mug (“muso”), liberamente ispirato alla drammatica storia di Grzegorz Galasiński, primo paziente a subire un intervento di trapianto facciale completo a causa di un incidente. Protagonista del film è un giovane operaio edile, Jacek, impegnato in un cantiere dove si sta costruendo la più alta statua del mondo raffigurante Cristo. La sua è una personalità solare, ma anche un po’ fuori dagli schemi: ha i capelli lunghi e i Metallica stampati sul giubbotto, sfreccia a tutto gas in macchina per le campagne, ha in testa progetti che lo proiettano lontano dalla comunità di provincia in cui vive. Tra gli affetti è importante Dagmara, la sua ragazza della quale è profondamente innamorato, ma c’è anche un legame speciale con la sorella, la sola che sembra non considerarlo eccentrico e che vorrebbe incoraggiare i suoi piani per il futuro. Alcuni della comunità, inclusi familiari, lo vedo- no come un individuo trascurato, bizzarro, arrivano persino a respingerlo come “satanista”, a causa del suo gusto per l’heavy metal. Etichette facili e sbagliate, che sembrano preludere al trauma che lo aspetta, innanzitutto fisico, ma decisamente anche sociale.