Vivere

Innanzi tutto c’è uno stomaco. Poi c’è il suo legittimo proprietario, il signor Watanabe, seduto dietro una scrivania piena di scartoffie che guarda annoiato e timbra meccanicamente. Lancia un’occhiata all’orologio, sperando che il tempo scorra più in fretta. Non lo sa ancora, ma il suo stomaco è un orologio molto più severo di quello da taschino, e il cui tempo scorre più velocemente di quello che il nostro protagonista creda. Lo stomaco sta infatti covando un cancro che lascia a Watanabe forse un anno di vita, ma – come la voce narrante ci ricorda – in realtà il nostro protagonista è da anni che ha smesso di vivere. La sua (non) vita è infatti quella di un burocrate, immerso in un sistema dove qualunque atto è delegato a qualcun altro, nessuno agisce e, quando qualcosa succede, la responsabilità è talmente stiracchiata tra mille uffici che è come se nessuno avesse veramente fatto nulla. I burocrati sono fantasmi le cui azioni non hanno alcun valore, che per svuotare un cestino necessitano di tante scartoffie da riempirne uno altrettanto grande, e che non si assentano mai dall’ufficio per paura che qualcuno scopra l’inutilità della loro presenza. Il dolore di Watanabe non è tanto legato alla morte quanto alla non vita: quando gli viene chiesto dov’è che ha male, la sua mano sale un po’ più su dello stomaco e va a stringersi al cuore. Il cancro è un orologio che ticchetta, ma il suo vero male sono tutti i giorni persi in un’esistenza insignificante. Con dietro di sé anni di non vita, e di fronte a sé la morte, Watanabe decide finalmente che deve vivere.

Akira Kurosawa è più spesso ricordato per i suoi drammi storici a tema samurai (Rashomon, I sette samurai), ma sceglie questa volta come eroe quanto di più lontano da un valoroso guerriero. Watanabe è un musone, sconfitto e ingrigito, senza più la forza di muovere un muscolo. Il suo percorso di rinascita sembra una parabola esistenzialista: come dare senso a un’esistenza che non ne ha? Il percorso di redenzione raccontato da Kurosawa sembra rispondere alla domanda in tre atti, aggiungendo poco a poco sempre più significato alle azioni del suo protagonista. Il punto di partenza è quello di camusiana memoria: se la vita non ha senso, come giustificare il non uccidersi? Watanabe esprime il disperato dubbio a un giovane scrittore appena incontrato in un bar, che dà il via al primo atto di rinascita attraverso la via più semplice e intuitiva: portandolo con sé in un’edonistica notte di piaceri. In mezzo al gioco d’azzardo, l’alcol e i night club, Watanabe sembra rendersi conto della vanità di questa risposta all’angoscia esistenziale – ma per lo meno la ricerca di significato è stata ora messa in moto. La seconda tappa passa attraverso una giovane collega di Watanabe che incontra fuori dall’ufficio. Lui rimane affascinato dalla ragazza e dal suo modo leggero di vivere, trovando gioia nelle cose semplici. Watanabe la segue per un po’, e intorno a lui si spargono chiacchiericci che interpretano questa leggerezza come frivolezza – ma per Watanabe non c’è niente di più serio. Solo a questo punto può prendere il via l’ultimo e definitivo atto: la via politica, un’azione concreta di bene in favore della collettività. Il finale è un affronto alle istituzioni in cui ci si può nascondere senza mai compiere nulla di buono, e Kurosawa indica lo sforzo verso il bene comune come il modo più sensato per dare un senso ai propri giorni. Le altalene dondolano, la parabola è completa e non tutto è stato vano.

Simone Coghi

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

27 febbraio 2025

Regia

Akira Kurosawa

Durata

142 min

Origine

Giappone, 1952