Premiato con il FIPRESCI Prize nella sezione Perspectives della Berlinale 2025; Candidato agli European Film Awards 2025 come Miglior regista esordiente e Miglior film d’esordio; Premio per la Miglior fotografia al Tribeca Film Festival 2025
C’è qualcosa di magico nei film che riescono a risvegliare ricordi e sensazioni che credevamo dissolti, come se ci riportassero a quella fase in cui scopriamo chi siamo. La ragazza del coro è uno di questi: con i suoi 90 minuti, Urška Djukić ci invita a ricordare la confusione delle emozioni durante l’adolescenza, l’imbarazzo dei primi desideri e il brivido di sentirsi vivi.
Lucia ha sedici anni, è silenziosa, timida e un po’ fuori posto nel coro femminile della chiesa di cui fa parte. Cresciuta in un contesto repressivo, la sua vita è fatta di disciplina, canti e preghiere, ma quando si unisce al gruppo la compagna Ana-Marija, magnetica e disinvolta, tutto cambia. In lei intravede una libertà che attrae e spaventa allo stesso tempo. Scossa dalla sua presenza selvaggia, Lucia inizia a guardare il mondo con occhi nuovi: quelli di chi sente qualcosa risvegliarsi dentro, ma non ha ancora le parole per nominarlo.
Durante una trasferta in un convento italiano, le tensioni sottili tra fede e desiderio si amplificano. Si sente attratta dall’amica quanto da un giovane operaio del luogo, aprendo così in lei un conflitto tra la carne e lo spirito, tra l’obbedienza e l’istinto.
«Il mio obiettivo era concentrarmi sui sensi umani all’interno del corpo, in modo che il film fosse qualcosa di tattile, sul contatto, sullo sguardo e, sì, soprattutto sul suono. Credo che il suono sia importante quanto l’immagine. A volte, persino di più.» afferma la regista.
E così orchestra un’esperienza cinematografica sensoriale. L’odore dei feromoni, gli sguardi rubati, i vocalizzi quasi orgasmici delle prove corali, il gusto dell’uva (frutto del sacrificio ma anche simbolo di piacere terreno), l’incontro tra due labbra: sono tutti strumenti che Djukić utilizza per mettere in scena la sinfonia emotiva di una teenager. Lascia che siano le percezioni a raccontare ciò che il linguaggio non può, senza il bisogno di confinare i sentimenti a parole o giudizi.
Ricco di metafore e simbolismi vulvari, questo esordio alla regia è fortemente legato alla figura del cerchio, forma di perfezione e appartenenza, talvolta anche di prigionia. Ogni gesto e immagine segue questa dinamica, evocando il risveglio delle pulsioni nella loro natura fluida e queer.
La ragazza del coro dialoga con film come Falcon Lake di Charlotte Le Bon (proiettato nella stagione 77 del Circolo) per la sua delicatezza sensoriale, o The Virgin Suicides di Sofia Coppola per l’attenzione alla fragilità femminile. Al tempo stesso si pone agli antipodi di Saint Maud di Rose Glass, se lì il corpo è punizione qui è rinascita.
«Crescendo ti insegnano a compiacere, a recitare, solo per essere accettate. Impari a nascondere il tuo lato più selvaggio e istintivo, perché è considerato inappropriato. Eppure è proprio lì che risiede la nostra forza più profonda.» racconta la cineasta. Il suo coming of age così ipnotico e inebriante nasce proprio da questa consapevolezza, volendo restituire alle giovani donne la libertà di esplorare senza paura, di riconoscere quella “parte selvaggia” come fonte di potere e autenticità.
E ad accompagnare le ultime scene, nonché ad aver ispirato il titolo del film, c’è Little Trouble Girl dei Sonic Youth, un brano che parla di approvazione, crescita e consapevolezza di sé, ma anche del diritto di sbagliare e di provare.
Then one day I met a guy
He stole my heart, no alibi
He said: “romance is a ticket to paradise”
Momma, I’m not too young to try
We kissed, we hugged
We were close
Very, very close
Giada Valery Garcia Cedano
