The Mastermind

Massachusetts, 1970. James Blaine Mooney, per gli amici J.B., è figlio inconcludente del giudice della contea di Framingham, ha una moglie, Terri, e due figli gemelli, ma non ha un lavoro, anche se è laureato ed è abilissimo nei lavori manuali. Si diletta nel frequentare il museo locale e a sottrarre da lì qualche artefatto, finché non decide di rubare quattro quadri del pittore astrattista Arthur Dove e dare così una svolta alla sua vita, cosa che probabilmente stupirebbe suo padre e renderebbe orgogliosa sua moglie, l’unica a portare a casa il pane. J.B. dunque mette insieme un trio di malcapitati e il furto al museo apparentemente riesce, ma le cose cominciano a mettersi male fin da subito, costringendo J.B. ad una latitanza in giro per gli Stati Uniti. Intorno a lui si muovono i movimenti contro la guerra nel Vietnam, e il Paese sembra anch’esso allo sbando.Ma dopo le prime scene il film racconta la peregrinazione solitaria di un uomo che ha perso scopo e direzione, e girovaga per gli Stati Uniti come un vagabondo all’epoca della Grande Depressione. In realtà J,B. può essere interpretato come il simbolo della generazione hippie, quella che ha disertato la guerra nel Vietnam (o ci ha lasciato le penne) e si è persa nelle droghe facili alla ricerca di un altro mondo possibile. In J.B. si respira lo smarrimento post sessantottino, e il contrasto fra lui e il padre “giudice supremo” è anche quello fra i figli ribelli e i padri autorevoli che ha caratterizzato quegli anni.
Josh O’Connor presta la sua tenerezza e la sua simpatia naturale a un personaggio ambiguo e sfuggente, laconico e goffamente disperato, cui non riesce bene niente, anche se avrebbe il talento e le doti intellettuali per fare bene tutto. Il suo J.B. ha perso a strada in partenza: il suo rapporto con i figli è distaccato, quello con la moglie diventa sempre più improntato alla sfiducia (di lei), quello con i genitori alla sudditanza. L’incontro con due amici che hanno lasciato le proteste di piazza per rifugiarsi in campagna, come fecero molti contestatori delusi dalla lotta in prima linea, e l’ipotesi di fuggire in Canada, come facevano i renitenti alla leva, non fanno che sottolineare quanto J.B. sia in realtà estraneo a qualunque contesto. Il suo è un impaccio esistenziale privo di cattiveria, ma non privo di conseguenze catastrofiche, anche per le persone che gli stanno vicino e che dovranno imparare a tenerlo a distanza.
Kelly Reichardt è la regista, sceneggiatrice e montatrice di The Mastermind (titolo ironico che indica una “mente organizzativa” quando invece qui la mente di J.B. è un disastro annunciato), un film di una luminosità accecante quando inquadra l’America della palizzata bianca, via via sempre più buio quando racconta l’implosione progressiva del suo protagonista (la direzione della fotografia è di Christopher Blauvert, che ha accompagnato Reichardt in tutti i suoi film da Meek’s Cutoff in poi).

Cinema Kappadue

16.30 - 19 - 21.30

Proiezione

18 Dicembre 2025

Regia

Kelly Reichardt

Durata

110 min

Origine

USA, 2025