Un lavoro durato cinque anni ha portato la regista e videomaker Valentina Bertani, al suo esordio nel documentario e nel lungometraggio, a raccontare la giovinezza di Benjamin e Joshua, due gemelli omozigoti di origine ebraica di Milano. Si sono conosciuti un po’ per caso, durante una passeggiata in cui l’autrice dopo averli notati per strada ha provato a chiamarli, senza riuscire a fermarli. Forse erano di corsa, a perdifiato, senza il tempo di voltarsi. In qualche modo tuttavia l’autrice ha percorso quella strada ed è entrata nella vita di Benji e Joshua e della loro famiglia, portando con se una macchina da presa. Fin dai primi fotogrammi di questo documentario character driven si ha la percezione del grado di intimità che ha legato la regista e la sua squadra a due ragazzi che vivono e mettono in scena davanti all’obiettivo uno dei momenti più delicati della propria vita: la transizione tra la giovinezza e l’età adulta, la fine della scuola e il mondo che si apre al loro sguardo e offre nuove prospettive di cambiamento. Un mondo che per due ragazzi con una disabilità intellettiva potrebbe rivelarsi insidioso ma che i due protagonisti affrontano con la sfrontatezza di una corsa continua e carica di un desiderio che la camera di Bertani affronta senza alcuna traccia di un pietismo dello sguardo che spesso caratterizza la prospettiva abilista anche al cinema. Il desiderio si rinnova ad ogni fotogramma e si realizza in sogno d’amore per Benji e in carica sessuale per Joshua: ognuno a modo suo vuole fare l’amore e non potrebbero essere più diversi i loro percorsi quando muovono i primi passi nell’età adulta: la maturità, le lezioni di guida, gli amici che si iscrivono all’università. E anche una pandemia nel mezzo.
La timidezza delle chiome è un documentario liminare, che lavora sul confine tra finzione e reale e ragiona sui confini umani che ci separano dagli altri, anche i più vicini a noi. Confini che si possono superare e poi tracciare di nuovo in un processo di continua metamorfosi che è pieno di inciampi e paure, ma anche di libertà e leggerezza. A una metafora sulle chiome degli alberi viene affidata la rappresentazione del rapporto di Benji e Joshua con il mondo, con l’alterità e con lo sguardo stesso di Valentina Bertani. Le loro chiome arruffate si avvicinano e si mescolano per poi separarsi e “non farsi ombra a vicenda”. La regista in questo processo ora spensierato ora anche doloroso utilizza una pluralità di linguaggi visivi per ragionare sul confine da percorrere tra realtà e messa in scena: la sua esperienza nel mondo del videoclip e degli spot si nota soprattutto nella scena al lunapark e nell’utilizzo di immagini che riprendono stile e formato dei social, oltre all’impiego di immagini provenienti dall’archivio privato della loro famiglia. Quello che restituisce il suo sguardo è il ritratto intimo di un’unità famigliare e di una diade al suo interno, che si frattura e si rinforza nel tempo di quella che sembra un’estate eterna, traendo dalla macchina da presa il coraggio necessario per separarsi e portare a compimento quella timidezza delle chiome che forse permetterà a Benji e Joshua di raggiungere un nuovo orizzonte. Dove, lontano da casa, i loro differenti sguardi sul mondo si riveleranno ancora una volta come i poli opposti di un magnete in cui, tra le forze in gioco, Valentina Bertani si è inserita con forza e delicatezza.
Francesco Lughezzani
