Il frutto della tarda estate

Si apre alle prime luci dell’alba, per spegnersi con il primo crepuscolo, Il frutto della tarda estate, opera seconda ed esordio nella finzione per la regista franco-tunisina Erige Sehiri. L’intera azione conchiusa nell’arco di una giornata appena, contro lo sfondo di un rigoglioso frutteto di fichi nelle campagne tunisine a fare da unica ambientazione – se si eccettuano gli spostamenti in pick-up che incorniciano l’azione. Unità di tempo, luogo e azione (la raccolta dei fichi maturi), insomma, rispettate come da precetto aristotelico, per un film che si svolge interamente all’aria aperta, ma che riesce a presentare il frutteto di fichi quasi come un palco, dove al rosso dei velluti si sostituisce il lussureggiante verdeggiare delle ampie foglie che, scostandosi, rivelano la scena e i personaggi che la abitano. Non è certo un caso che, fra le sue influenze, Sehiri citi il Marivaux di Il gioco dell’amore e del caso, così come filtrato attraverso La schivata (2003) del connazionale Abdellatif Kechiche. Stanti le premesse, la regista riesce però nel miracolo di realizzare un film che non ha nulla di costruito, premeditato o “teatrale”: Sous les figues (quanto più esatto il titolo originale) ha invece il fiato della vita vera, di una lunga giornata di vampa estiva, trascorsa all’ombra di un frutteto in cui – restituite per brevi strappi e scene giustapposte – si intessono le aeree trame di una giovinezza che matura come i frutti sui rami. Un gruppo di ragazze, raccoglitrici stagionali, si confida tra una cesta e l’altra di fichi, chiacchiera, scherza, bisticcia, flirta con i giovani che lavorano con loro, sotto lo sguardo severo del padrone e degli anziani. La trama di Il frutto della tarda estate sta tutta qui, un piccolo film corale, senza baricentro, eppure straordinariamente compatto nel tratteggiare il ritratto palpitante di giovani donne moderne e consapevoli, insofferenti non tanto, o non solo, all’autorità patriarcale, ma all’orizzonte basso di un paese che pare non offrire loro prospettive di serenità e realizzazione. Sehiri, forte dell’esperienza nel documentario, dirige con mano invisibile un incantato gruppo di attrici e attori non professionisti, reclutati in loco, cui non è stata fornita alcuna sceneggiatura, ma mere indicazioni di scena e battuta. La ridottissima troupe (luci naturali, una sola macchina da presa) ha seguito i ritmi imposti dalla natura e dal tempo, quasi replicando i modi della raccolta dei frutti: «Non puoi toccare ripetutamente i fichi poiché si danneggiano molto facilmente. Quindi raccoglierli deve essere preciso e veloce, semplicemente non puoi maneggiarli per troppo tempo […]. Penso che l’intero film riguardi la raccolta e il cogliere qualcosa di così profondamente genuino: queste storie, questi percorsi di vita, questi luoghi specifici, così come li ho incontrati». Suggerendo piuttosto che mostrando, evitando apici drammatici e formulazioni didascaliche, Sehiri predilige la via di un realismo caldo ed emozionante, bilanciando la criticità degli assunti con l’appassionata vitalità delle sue ragazze, che esplode in un incontenibile, giocoso/gioioso canto finale dove il non detto trasfigura in puro sentimento. Un film vero, caldo, sensuale come i fichi, che non sono veri frutti, ma infiorescenze che crescono solo dalla pianta femmina. Protetti da foglie robuste, la loro linfa lattiginosa è urticante, ma la polpa delicata è di struggente dolcezza.

Luca Mantovani

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

13 aprile 2023

Regia

Erige Sehiri

Durata

90 min

Origine

Tunisia, Francia, Germania, Svizzera, Qatar, 2022