Non esiste cinema argentino fuori dalle mura della dittatura 1976-1983. L’iperbole è evidente, ma è un dato di fatto che, se si pensa al paese sudamericano, i primi film a venire in mente sono Il segreto dei suoi occhi e La storia ufficiale, entrambi trionfatori agli Oscar. Quest’ultima pellicola, Argentina, 1985, ha solo sfiorato l’ambita statuetta a stelle e strisce e più di un cinefilo ha storto il naso dopo il verdetto che non ha premiato il film di Mitre. È un dato di fatto: Buenos Aires, dopo quarant’anni, sta ancora facendo i conti con la dittatura di Videla, con la violenza dei militari e con il dramma dei desaparecidos e la settima arte è lo “psicologo” che lavora sul trauma di un Paese. Argentina, 1985 è un film politico, un genere in Italia praticamente dormiente da anni. Il protagonista è il procuratore capo Julio César Strassera, che indaga sui crimini della giunta militare al potere per sette anni e che, tra minacce di morte e interrogatori a dir poco sconvolgenti, prova a far trionfare la democrazia nel suo paese. Strassera è un “Falcone” argentino che, anziché dare la caccia ai mafiosi, mette alle strette gli ex governanti fascisti, il despota Videla su tutti. A interpretare il magistrato, il volto noto per eccellenza del cinema argentino, Ricardo Darín, mentre dietro la macchina da presa c’è il giovane Santiago Mitre, che ai tempi della fine della dittatura aveva solo tre anni. Una bella conferma quella del cineasta bonaerense, cinque anni dopo Il presidente, altro lungometraggio a sfondo politico, arrivato in Italia al Festival di Torino, dopo aver debuttato a Cannes ed essere passato poi per Toronto e San Sebastián. Mitre ci ricorda l’importanza dell’arte che interpreta la politica, in un’operazione che richiama il caso simile di Costa-Gavras e il suo Adults in the Room (già presentato al Circolo) che raccontava il governo di Tsipras in Grecia e il fallimento del suo referendum contro la cosiddetta austerità della cosiddetta Troika. Il genere, in Italia, è ormai un lontano ricordo, legato soprattutto ai film di Rosi o Petri, che spesso sceglievano come protagonista Gian Maria Volonté. E manca. Ma torniamo ad Argentina, 1985: particolarmente forti sono le sequenze in cui vengono riprodotte le testimonianze in tribunale di persone abusate, a livello fisico e psicologico, e che sottolineano come i loro stessi aguzzini ricoprano ancora, a pochi mesi dalla caduta di Videla, posti di prestigio all’interno della società argentina. E poi c’è il tragico ricordo dell’Esma, la caserma che per molti divenne un vero e proprio lager durante la dittatura. Dopo circa due ore, quando lo sgomento dello spettatore è già misto a una profonda rabbia, il climax ascendente realizzato da Mitre arriva finalmente allo zenit: il giorno della requisitoria, il 18 settembre 1985. Qui Strassera non deve solo convincere un giudice a incriminare e incarcerare l’ex dittatore fascista Videla, bensì persuadere un intero popolo (o forse l’umanità tutta) che la giustizia esiste, che non bisogna avere paura dei soprusi, che anche le più brutte, tristi e oscene pagine di storia possono essere rimpiazzate grazie a un lavoro coraggioso sulla coscienza collettiva. Unica pecca, forse, del film è l’utilizzo pur sporadico di inquadrature, musiche e tratti di sceneggiatura che ammiccano a una retorica hollywoodiana, peccato veniale per un’opera che riesce acoinvolgere, emozionare e trasmettere un forte messaggio riguardo al più grande genocidio argentino dell’ultimo secolo.
Luca Romeo
