Dopo molti anni di silenzio – sette ci separano da Poetry (2012), premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura – Lee Chang-dong ritorna alla macchina da presa, percorrendo l’impresa di trasporre su grande schermo l’opera letteraria di Murakami Haruki, tra i più noti scrittori giapponesi. Come sappiamo, non è facile confrontarsi con un’opera letteraria – e gli altri adattamenti da Murakami lo dimostrano – eppure Lee riesce a donare un respiro nuovo al racconto Granai incendiati contenuto nella raccolta L’elefante scomparso, spostandosi dal Giappone a Seoul, capitale coreana. È il respiro affannoso di Jong-su, un giovane aspirante scrittore che per sopravvivere nella metropoli fa il fattorino. Proprio durante una consegna viene riconosciuto da Hae-mi, una compagna di scuola che ha cambiato volto dopo un’operazione di chirurgia plastica e sembra voler intrecciare un rapporto con il compagno d’infanzia. Dopo un viaggio in Africa Hae-mi e Jong-su si ritrovano, ma qualcosa è mutato. A fianco della giovane c’è Ben, un ragazzo affascinante, ricco abitante di Gangnam, quartiere benestante della città.
Il film di Lee è attraversato da fratture, confini laceranti che separano i protagonisti dagli spazi vissuti e da se stessi. Jong-su è un aspirante scrittore che afferma di non comprendere la realtà, la considera enigmatica e lontana: abita a Paju, un abitato periferico, al confine con l’altra Corea. Ogni tanto, dice, si sentono gli altoparlanti del Nord che propagandano oltre il proprio stato. Profonde fratture dividono anche le differenti classi sociali nella società coreana contemporanea. Jong-su osserva Ben, la sua ricchezza e lo stile di vita, riflesso della sua incertezza artistica e personale che instilla un’inquietudine profonda nel giovane, un’angoscia che affonda le proprie radici nel mondo onirico del protagonista e risale alle pendici della percezione.
Ma, come suggerisce il titolo, Burning è un film che deflagra e incendia: l’innesco si trova al termine di una lunga miccia, che annoda i tre protagonisti. Jong-su assiste alla condanna del padre per aver aggredito un pubblico ufficiale: il genitore non è nuovo a violenti scatti d’ira e per lo stesso motivo la madre del ragazzo ha abbondonato la famiglia, quando Jong-su era ancora bambino. Ben invece non tradisce alcuna emozione. Non ha mai pianto, almeno da quello che ricorda. Sbadiglia. E confessa a Jong-su di praticare un inconsueto passatempo. Dopo poco tempo Hae-mi scompare e vani so- no i tentativi di Jong-su di rintracciarla.
Un solco di fiamme divide i protagonisti anche nel loro mo- do di osservare il mondo, di assorbirlo e percepirlo, mentre Lee conduce la narrazione attraverso una dolorosa catarsi fatta di ricordi e illusioni. Hae-mi racconta a Jong-su episodi della loro infanzia che il ragazzo non riesce a ricordare: un pozzo, un volto, una solitudine. Il film è costellato di punti ciechi, di dissonanze e deviazioni che confondono la messa in scena e costruiscono un inconscio intimo e collettivo allo stesso tempo. Che cosa ricorda Hae-mi? Non smette mai di sorprendere la capacità di Lee Chang-dong di tratteggiare la psicologia dei propri protagonisti con lievi pennellate, con un gesto e uno sguardo appena accennato, costruendo su di una calibrata sottrazione il dramma di un triangolo amoroso turbato dalle inquietudini di una contemporaneità sempre più distaccata e indecifrabile, come il volto di una madre che appare indifferente al figlio abbandonato quindici anni prima. E non sorprende il silenzio della generazione dei padri e delle madri che appaiono distanti e irraggiungibili, con loro non esiste più alcun dialogo. Il passato è stato dimenticato anche da chi lo abitava, mentre all’assoluto presente è volta la ricerca dei tre protagonisti, a quel battito che muove lo spirito e che si riflette in una danza al tramonto, in un sogno, o solo in uno specchio.