Erasing Frank

Film vincitore del Premio Circolo del Cinema alla 36. Settimana Internazionale della Critica

Dei ragazzi appendono manifesti in una galleria desolata e i loro corpi, avvolti in cappotti troppo grossi, impallano ripetutamente la camera alle loro spalle. Un volto scavato, segnato dalla sofferenza, coi nervi del collo tesi allo spasmo e gli occhi sconvolti dal terrore, viene ripreso sempre più vicino, fino a un primissimo piano. Le mani si agitano sulla testa e la schiacciano, sperando di renderla invisibile ai carri armati e alla polizia che passano per strada. Così inizia Erasing Frank (Eltörölni Frankot), con una sequenza che è una vera e propria dichiarazione d’intenti: si avverte il clima di oppressione politica, il suono assume subito un ruolo centrale e così anche il corpo dei protagonisti che occupano sempre almeno metà dell’inquadratura. È attraverso la pelle, il viso e gli occhi di Frank, attraverso il suo entrare in un contatto materico col mondo circostante che prendono forma le fasi del film. Non esistono infatti né oppressioni, né rivoluzioni che non passino dai corpi, che non abbiano in essi un’espressione diretta: sono infatti le figure emaciate dei contadini russi durante la collettivizzazione o il “Guerrillero Heroico” ad affiorare nella memoria, prima ancora di ciò che rappresentano. Così nell’opera prima di Gábor Fabricius sono i corpi nudi e sudati che al concerto si incontrano e scontrano a segnare la speranza di salvezza, i volti disperati nel manicomio che brutalmente evidenziano il potere del regime, è il mangiare il passaporto offerto in cambio del silenzio a esprime il massimo grado di ribellione verso il sistema. Saranno, infine, la deposizione verso un sudario elettrico e un concerto, un doppio di quello precedentemente nominato, retto unicamente dallo sguardo e dalla voce di Frank a segnare l’epilogo della vicenda. Ma non di soli corpi vive Erasing Frank, un folgorante esordio in cui ogni elemento, dal suono alla fotografia, dalla regia alle ambientazioni, è curato in maniera meticolosa e assume una profonda valenza simbolica. (Riccardo Chiaramondia)

Nel suo esordio, il regista, scrittore e artista multimediale ungherese Gábor Fabricius utilizza la qualità audio-visiva del cinema appieno e compone il suo racconto attraverso una fusione armoniosa e significativa di immagini e suoni. La storia di Frank, cantante di un gruppo punk bandito dal regime totalitario, viene infatti raccontata attraverso immagini e suoni che alternano forza e delicatezza, e che, senza l’utilizzo di molte parole, comunicano chiaramente la tragicità della situazione. Nella prima sequenza, la musica irrefrenabile del gruppo punk viene bruscamente interrotta dallo sgombero del locale da parte della polizia e, pur essendo incomprensibili le parole cantate da Frank, le urla della polizia e quelle della folla, il ritratto della situazione è esaustivo e minuzioso. Successivamente, tra le pareti bianche dell’ospedale psichiatrico in cui Frank viene segregato per la sua ferrata opposizione al regime, il volume si abbassa, le voci si affievoliscono e l’espressività fisica dei detenuti conduce il racconto. Al contrario della natura forte e travolgente del punk, Erasing Frank si presenta innanzitutto come una testimonianza penetrante per la sua delicatezza. Fabricius raffigura la reclusione con la stessa atmosfera soffocante che Frank subisce, utilizzando le parole quando indispensabili e trasmettendo il rischio che corrono i protagonisti nel pronunciarle. Tramite la narrazione poetica ed emblematica della vita di Frank, Fabricius comunica la follia dei regimi che costringono al silenzio gli oppositori senza dover esplicitamente dichiararlo al pubblico. La forza della musica punk era il mezzo di comunicazione scelto da Frank, ma, nella repressione, il silenzio trasmette la stessa forza. L’ultima sequenza del film, infatti, chiude il cerchio del triste racconto presentando la stessa potenza dell’apertura, ma questa volta tramite un assordante silenzio. (Greta Calaciura)

La componente sonora in Erasing Frank è sicuramente una delle più importanti e distintive del film. La totale assenza di un accompagnamento musicale extradiegetico rende molto più coinvolgente l’immersione nella storia e l’immedesimazione nei personaggi, oltre a rendere molto più reale e cruda l’ambientazione spazio-temporale raccontata. Questo non vuol dire però che non sia presente l’elemento sonoro, anzi, questo pervade molte sequenze in modo prorompente e aggressivo, tanto da sembrare esso stesso uno dei personaggi principali. All’inizio del film, le autorità interrompono brutalmente la performance musicale della band di Frank, provocando un forte e cacofonico rumore di ritorno di cassa, che sovrasta il caos e il frastuono dello scontro fra civili e polizia.  Questo suono stridulo e prolungato sembra solo un suono diegetico, ma ritorna invece in molti punti chiave della storia, come una presenza ansiogena e oppressiva che perseguita il protagonista. Ma è anche una rappresentazione dello stato mentale ossessionato di Frank, della sua sanità sempre più fragile, della tensione politica, sociale e umana che scorre nella città e nelle vene dissanguate dei suoi abitanti. Questo suono agonizzante diventa il tema musicale del film, e incarna perfettamente lo stato di angoscia e di op- pressione che il regista vuole trasmettere: è l’assordante rumore bianco di Frank, che combatte con tutte le sue forze contro uno stato totalitario che cerca di soffocarlo. In- fatti, lo stridio potrebbe anche equivalere a un suono strozzato, che fa fatica a formarsi, a uscire dal suo stato di caos per focalizzarsi su un suono organizzato, pensato, sensato: è il suono dell’assenza di speranza, di una via d’uscita. È l’unica colonna sonora presente nel film, ma contribuisce a valorizzare debitamente il forte contrasto chiaroscurale delle immagini. (Guglielmo Scialpi)

Frank è solo. È dileggiato, osteggiato, temuto sia dagli esponenti del regime che dalla controcultura intellettuale opposta a quest’ultimo. Combatte contro un mondo in bianco e nero, rumoroso e kafkiano. La sua è una battaglia persa in partenza, ma proprio questo rende il viaggio di Frank – martire all’interno di una società che egli capisce troppo bene e a cui rifiuta categoricamente di omologarsi – così struggente e disperato. Nonostante i soprusi lui non si piega, non cede alle tentazioni del regime e nemmeno alla fuga. Resta. Combatte. E perde. Si spezza, ma non si piega. Frank è la personificazione dello spirito di ribellione, rappresenta quella forza in continua opposizione allo status quo, quella forza che si oppone a ogni tipo di regime e struttura sociale in ogni epoca. Caos puro, che spaventa e isola. Non ci sono compromessi, ma solamente rabbia e disprezzo verso tutti. Il suo punto di forza è anche la sua più grande debolezza: egli sa di essere un outsider, non vuole e non può omologarsi agli standard che la società gli impone. Da questa società Frank è stigmatizzato. Il suo modo di concepire l’esistenza, il suo essere completamente e radicalmente anticonformista, creano una barriera impenetrabile tra lui e i conforma- ti, intrisa di paura e odio. Non essendo compreso Frank è infatti ostracizzato, rinchiuso e messo da parte come la maggior parte delle persone considerate anormali. Una pellicola impegnata, che ragiona su concetti universali quali libertà, omologazione e solitudine. Erasing Frank, anche grazie alla magistrale prova attoriale di Benjamin Fuchs e a un utilizzo sapiente della fotografia e del suono, è un film dall’alto valore artistico e sociale, un viaggio struggente e crudo destinato a rimanere impresso nelle menti e nelle coscienze degli spettatori. (Cristiano Devigili)

Il film di Gábor Fabricius esprime con grande intensità l’oppressione di un regime totalitario. Lo fa attraverso un ottimo lavoro sulla fotografia e sull’utilizzo degli spazi. Il film lavora sulle immagini mediante un uso attento del bianco e nero privo di contrasti, inoltre porta sullo schermo una fotografia sgranata che crea un’atmosfera di angoscia, all’interno della quale vivono i due protagonisti. Questo senso di affanno e soffocamento è dato non solo dalla fotografia ma anche dall’utilizzo della scena e degli spazi; la vicenda è ambientata prevalentemente al chiuso, ovvero all’interno dell’ospedale. Gli spazi in cui i protagonisti si muovono sono stretti, quasi claustrofobici e la scenografia è minima ed essenziale e tutto questo contribuisce a creare questo senso di oppressione di cui sono vittima i due ragazzi. L’essenzialità e le immagini incolori concorrono nel dare corpo al caos che alberga in loro, e mostrano come la forza oppressiva del regime che vige in quel periodo elimini la loro identità e libertà personale. (Sofia Mantovani)

NUOVI ORARI
Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

25 novembre 2021

Regia

Gábor Fabricius

Durata

1h29min

Origine

Ungheria, 2021