Pensiamoci un attimo: che cosa faremmo se scoprissimo che il mondo finirà tra due anni? Non sono due minuti, non sono due giorni, ma nemmeno vent’anni: abbiamo tempo fino a dicembre 2026 per portare la nostra vita dove vorremmo. Chi ne approfitta per stare di più con la famiglia, chi per girare il mondo, chi, semplicemente, per esaudire il desiderio che ha sempre tenuto in serbo, ma non ha mai osato assecondare. Pensiamoci bene: noi che cosa faremmo? È con questo dilemma che si apre Finalement, ultimo film del maestro francese Claude Lelouch, 87 anni compiuti e sessantesima opera di uno tra i più grandi registi contemporanei. Ebbene, dopo pochi secondi di film, una risposta alla domanda iniziale la troviamo: un cabarettista ci informa che se il mondo finisse entro due anni per prima cosa ricomincerebbe a fumare, poi renderebbe la sua vita un po’ più attiva e infine si toglierebbe ogni suo sfizio chiedendo alla sua banca un prestito con scadenza a trent’anni. I tre desideri del nostro Aladino non vi hanno soddisfatto? Bene, perché subito dopo comincia il film e possiamo credere che cominci qui la vera risposta di Lelouch. Il protagonista è Lino (quanto è bravo Kad Merad?), un autostoppista che si dà arie da lussurioso e che vaga senza meta rivelando presto un segreto. Il buon pastore che lo trasporta verso l’ignoto con il suo pick-up acciaccato lo ascolta confuso – e noi, in sala, con lui – ma sarà vero ciò che Lino dice? La sua carta d’identità coincide con le sue parole? O l’uomo non è altro che un Mattia Pascal alla ricerca spasmodica di un Adriano Meis che non sa rivelarsi? Il road trip ha inizio, per le strade della Francia e nella psicologia intrecciata di personaggi e spettatori. Personaggi, non personaggio, perché fin da subito si capisce che oltre al protagonista ci sono altre figure di spicco nella trama. Prima di Lino, infatti, il pubblico sente nominare Léa, poco dopo leggerà i suoi messaggi sul telefono dell’uomo, prima che quel telefono finisca fatalmente in un fiume, continuando però a squillare, come la testa di Orfeo, mozzata dalle baccanti, che ancora innamorata chiama il nome della sua Euridice una volta trascinata dalle acque. Oltre a Léa, notiamo subito la colonna sonora del film, altro personaggio fondamentale del racconto: un jazz brillante in cui si riconoscono la centralità della tromba e del piano (non per niente il sottotitolo italiano è Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte), ma anche la batteria e il contrabbasso, come a dire che non siamo mai soli, neanche quando una coppia di elementi sembra fagocitare ogni spazio. E allora conosciamo a poco a poco la giostra che gravita sullo stravagante pianeta Lino e sull’intrigante pianeta Léa: Lelouch ci mostra con montaggio alternato una manifestazione politica e una sfilata di moda, il popolo arrabbiato e l’alta borghesia sfarzosa, i pre-giacobini pronti alla Rivoluzione e la corte del Re Sole. E poi, all’improvviso, con quel delizioso sottofondo jazz che resta forte in sottofondo, scene dello sbarco in Normandia: guerra, violenza, morte. Insomma, dove vuole portarci Lelouch con questa fiaba musicale? Bisogna tenere a mente le parole del cabarettista, avere un pensiero dolce per Léa e poi subito affidarci alla vita non-vita di Lino. Abbandonarci al jazz e alla cinepresa sapiente di Lelouch, che ancora una volta ci racconta con una “malincommedia” (mi passate il neologismo?) la storia di un uomo e una donna. E di tutto – tutto – il caos che ci gira attorno.
Luca Romeo
