L'estate di Cléo

La parola più bella sulle labbra del genere umano è “Madre”, la più bella invocazione è “Madre mia”. È la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono. Ogni cosa in natura parla della madre.

Khalil Gibran

Federico II, imperatore del sacro romano impero, desiderava conoscere quale fosse la lingua primitiva dell’essere umano: fece quindi crescere alcuni neonati in completo isolamento acustico, per vedere quale lingua avrebbero iniziato a parlare spontaneamente. I bambini morirono tutti in età precoce, perché era mancato loro l’affetto. Verosimilmente, l’affetto di una madre, essendo questa la prima creatura – biologicamente parlando – con cui il neonato interagisce.

Cléo, sei anni, è una bambina orfana di madre. Gloria, la sua tata, si prende cura di lei teneramente, senza riserve, nutrendola di affetto sincero. Quando però Gloria è costretta a tornare nel suo paese d’origine, Cléo è disperata: il padre allora acconsente di farle passare un’ultima estate assieme a Gloria. Qui, la piccola conoscerà la sofferenza connatura all’attaccamento: la gelosia, la separazione, il futuro ricordo. Ma sarebbe poi amore, l’amore, senza i suoi sentimenti contrari? Anche nella più amara dottrina esistenziale, anche volendo negare la purezza di sentimenti quali la bontà e l’empatia – nessun’azione compiuta è buona per sé, ma solo come conseguenza del bene che riceviamo facendolo – arrivando a negare qualsiasi forma di cura disinteressata, bisognerà sempre contemplare l’esistenza di un’anomalia eccellente: la madre, appunto. Ancora, chi, ad essa, per variabili e fattori imprevedibili, vi si sostituisce: una madre putativa è, sempre, madre.

Il legame ancestrale che lega la madre al frutto del proprio seno, trascende il valicabile di ogni raziocinante interpretazione psico-affettiva. Il legame che lega Gloria alla giovane – che, annaspando, si affaccia timidamente alla vita, scoprendo l’amara soddisfazione di sentire – è un legame che si esplica proprio nella mancanza di condizionamento: non importa perché Gloria si sia trovata lì in prima istanza – per lavoro, per denaro – piuttosto dell’attaccamento necessario che Cléo prova per una figura sostitutiva della propria madre: l’intima dolcezza che le lega è una dimostrazione pura, scevra d’interesse, della gentile armonia che governerebbe ancora il mondo se fosse rimasto fanciullo. Sottesa alla scoperta della vita miracolosa, ovvero la vita cordiale, Cléo fa esperienza di sentimenti altrettanto intensi, quanto però ottusi: la separazione da Gloria, la gelosia che nutre per i suoi figli naturali, l’attaccamento come forma di dipendenza. Nell’arco di poche settimane, sperimenta vorticosamente ognuna di queste possibilità: ognuno di questi incontri è per lei una nuova indocile scoperta. La sofferenza che ne nasce rischia di risolvere il piacere nella tragedia: reagisce violentemente a quelle emozioni veementi che non può ancora controllare. La sua infanzia viene travolta, ancora una volta, dal trauma della frattura; Cléo è di nuovo sola. Eppure, nella tenerezza del ricordo conserverà vivida la memoria di quell’amore troppo profondo per essere compreso: non solo la cruda sorte Handeliana, ma l’ostracismo di tutti coloro che quell’amore non possono accettarlo, perché socialmente oltranzista, scandaloso. Perché nella quotidianità di un’esistenza approssimativamente amorevole, la fiaba ci stizzisce. Ma Marie Amachoukeli, alla regia – che di questa storia è portatrice, essendo lo spunto per la realizzazione di questo film biografico – ci salva da questa comune forma di disperazione: la camera all’altezza della Cléo pupilla, i disegni refrattari nel suo universo animato, le musiche delicate e i colori soffusi di una Capo Verde immobile, ci ricordano che Cléo lo siamo stati tutti, e che potremmo ora essere Gloria.

Federico Mango

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

9 gennaio 2025

Regia

Marie Amachoukeli

Durata

84 min

Origine

Francia, 2023