Il cielo brucia, presentato in concorso alla settantatreesima edizione della Berlinale, rappresenta il secondo capitolo di una trilogia legata dagli elementi naturali, in questo caso il fuoco, iniziata da Christian Petzold con Undine nel 2020. La realizzazione di quest’opera ha richiesto tre anni di lavorazione ed è un caso emblematico di come la quotidianità vissuta dagli autori entri sempre all’interno delle loro opere, nel caso de Il cielo brucia sia produttivamente, sia contenutisticamente. L’intreccio alla base del film era nella mente del regista già nel 2020, ma volendo egli rappresentare un amore fortemente corporale ha deciso di rinviare la realizzazione fino a quando le norme legate alla situazione pandemica non avessero permesso di girare le scene senza limitazioni.
Durante questa attesa Petzold ha contratto l’infezione da COVID-19 e nel periodo di degenza è stato affetto da visioni febbrili ambientate in radure boschive nel periodo estivo, immagini che hanno avuto un corrispettivo filmico ne Il cielo brucia e che ne hanno in parte cambiato la forma originariamente pensata. In una casa per le vacanze immersa nel verde vicino al Mar Baltico, si sviluppano gli intrecci amorosi tra una coppia di amici, Leon e Felix, un’inaspettata inquilina, Nadja, e il suo amante Devid: le diadi si scompongono e ricompongono dando vita a un rapporto passionale tra Felix e Devid e a uno conflittuale tra Nadja e Leon.
Quest’ultimo, protagonista del film, è uno scrittore in crisi alle prese con il suo secondo romanzo, che spera di trovare l’ispirazione in questo luogo ameno dove, però, si dimostrerà incapace di gestire le proprie frustrazioni sfogandole su chi lo circonda invece di incanalarle nell’atto creativo; Felix, invece, anch’egli artista, un fotografo, ne rappresenta una versione positiva e costruttiva, sia nel lavoro sia nelle relazioni. Con un intreccio non dissimile a quello di Swimming Pool di Francois Ozon, Petzold unisce la tematica amorosa e quella artistica arrivando, inoltre, a riflettere sulla liceità dell’autofiction e dei suoi limiti etici nel momento in cui parti sensibili di vite altrui vengono coinvolte. A rendere solido questo processo ne Il cielo brucia sono le scelte registiche in grado di unire i linguaggi del cinema, della letteratura e della fotografia, permettendo allo spettatore di immedesimarsi nelle vicende dei protagonisti, entrando nelle loro vite attraverso le opere.
Leon e Felix, così come il secondario Devid, sono personaggi che, pur non privi di complessità, rimangono bidimensionali, facilmente riconducibili a maschere tipiche, mentre ad assumere un diverso e più profondo valore umano è la contraddittoria Nadja, giudice onesto e mai moraleggiante delle vicende altrui. Infine, è necessario considerare la presenza del fuoco che continua ad aleggiare come minaccia latente sui protagonisti: degli incendi boschivi stanno colpendo le zone limitrofe, ma è difficile capire, per lo spettatore come per i personaggi, quanto essi siano vicini e pericolosi. Quello degli incendi è un altro tema derivante dalla vita privata di Petzold che fu fortemente colpito dagli incendi in Turchia, tanto da recarsi egli stesso in quelle zone e da decidere di inserirli nel film.
In un periodo storico in cui il mondo è continuamente scosso da catastrofi naturali, Il cielo brucia, oltre a essere una cartina tornasole della nostra quotidianità, può essere visto come un monito, un allarme lanciato dal regista ai suoi possibili spettatori.
Riccardo Chiaramondia
