In conversazione con la critica Maria Delgado nel 2015 al BFI, il regista Pedro Almodóvar ricorda con tenerezza e umorismo le donne attorno alle quali è cresciuto nella campagna di Calzada de Calatrava nella Castiglia-La Mancia. Almodóvar racconta che la madre e le sue amiche, recitavano gli avvenimenti della propria vita lavando i panni al fiume come se fossero delle attrici. Con uno spiccato talento nell’ingigantire i fatti e condirli di piccole menzogne pur di aggiungere drammaticità agli eventi, queste sono le donne da cui Almodóvar ha imparato la finzione e che hanno ispirato molti dei suoi personaggi.
Donne sull’orlo di una crisi di nervi è un inno a questa innata creatività, trasportata da Almodóvar in ogni aspetto di questa commedia stravagante. Il film racconta sostanzialmente la delusione d’amore di Pepa, che dopo essere stata lasciata da Iván non riesce più nemmeno a contattarlo – ma questo è solo l’incipit di una strana avventura che la porterà ad incontrare e scontrarsi con molte altre donne, e anche con qualche uomo. Pepa, interpretata da Carmen Maura, entra in scena mentre dorme un sonno appesantito dai sonniferi, ma dentro e intorno a lei la storia ha già avuto inizio. Sognando Iván che cammina per strada, in una sequenza onirica tipicamente Felliniana, aggradato dalla presenza di tante altre donne alle quali si rivolge con tono ammaliante, Pepa viene svegliata dallo squillare del telefono. Per un attimo di ritardo nell’alzare la cornetta, quella chiamata persa di Iván sarà l’ultima che Pepa riceverà, oltre che essere l’inizio della sua epopea, una storia tanto drammatica quanto comica. Dopo la scomparsa inaspettata di Iván, ritrovarlo sarà un’ardua impresa, ma Pepa non sarà sola nella sua avventura: avrà al suo fianco donne profondamente diverse, nel bene e nel male, ma legate dalla loro capacità di rendere qualsiasi cosa appassionante.
Almodóvar costruisce una commedia avvincente e intrisa di melodramma, che con ironia riesce ad affrontare qualsiasi tematica: tra minacce di terroristi sciiti, indagini e delitti di cuore, nulla è mai troppo per le protagoniste Pepa, Candela (María Barranco), Lucía (Julieta Serrano), Marisa (Rossy de Palma) e anche per Carlos (Antonio Banderas). Donne condotte sull’orlo di una crisi di nervi dalla vita, ma ferocemente persistenti. Ad accompagnare l’ingegnosità narrativa è il perfezionismo stilistico, tramite il quale Almodóvar impreziosisce il mondo di Pepa. Il ritmo serrato, come il focus su orologi, telefoni e cabine telefoniche, scandisce il passare del tempo ed evidenzia la distanza tra gli interlocutori. L’ampio attico in cui vive Pepa, invece, protagonista di svariati avvenimenti, si fa progressivamente più contenuto e affollato.
I colori vivaci della fotografia, della scenografia e dei costumi sono intensi quanto le donne di questa Madrid artificiosa, che anche tra inseguimenti, pianti e insulti, emanano positività, rendendo anche semplici momenti di transizione memorabili e divertenti. Iván, ricercato da tutti ma apparentemente impossibile da trovare, viene beccato nel tentativo di sfuggire dalla portinaia del palazzo di Pepa. Iván la prega di non riferire a Pepa del loro incontro ma lei risponde «Io sono testimone di Geova e non posso dire bugie, io dico solo la verità… Anche a me piacerebbe mentire, ma non possiamo. Se potevo mentire non stavo qui». Un attimo dopo, nella stessa inquadratura, la portinaia si gira e Pepa spunta da dietro l’angolo, ma Iván si è già dileguato.
Greta Calaciura
