Il male non esiste

Parlare di Il male non esiste senza parlare del suo regista, Mohammad Rasoulof, non è possibile. E parlare di Rasoulof senza parlare del sistema politico iraniano attuale sarebbe un’operazione altrettanto incompleta.
Se, finalmente, dopo oltre due anni dal trionfo al Festival di Berlino il pubblico italiano potrà vedere questo capolavoro persiano – perché di capolavoro si tratta – non c’è da storcere troppo il naso: la nostra pazienza è stata ripagata in tempi “brevi”, dal momento che nella madrepatria dell’autore il film non è stato neanche proiettato. Inoltre, potremmo dare per scontato che dopo la conquista dell’Orso d’oro il regista abbia festeggiato per giorni interi, e sarebbe anche normale pensarlo, ma per Rasoulof non è andata proprio così: la vittoria dell’ambita statuetta è stata seguita dall’arresto del regista, non il primo tra l’altro, con la solita accusa di propaganda contro il sistema nei confronti del governo.
Partiamo, dunque, dalla storia di questo autore e dal contesto in cui si muove. Se si parla di cinema iraniano, pensiamo a Kiarostami, il più grande, e magari a Farhadi, due Oscar in bacheca, ma pensiamo anche a Panahi, un po’ “fratello maggiore” del nostro, nel senso che con lui condivide grandi opere, successi internazionali, ma anche l’ostilità interna, gli arresti e il divieto di girare altri film. Ma veniamo a There Is No Evil (titolo internazionale del film). Il titolo è un’antifrasi, Rasoulof ci dice che «il male non esiste» per poi metterci davanti agli occhi per oltre due ore – scorrevolissime – l’inferno in terra. Non si tratta di un inferno dantesco, fatto di «sospiri, pianti e alti guai», è più un inferno dostoevskiano. L’evil di Rasoulof è un male che si consuma davanti agli occhi, certo, ma che soprattutto perdura nella mente e nella coscienza di ogni individuo. Per giorni, settimane o per tutta la vita. Il rimando a Delitto e castigo è piuttosto rapido (quando non lo è, nel thriller psicologico contemporaneo?), ma mentre il “castigo” della coscienza è fatto ontologicamente immutabile negli esseri umani di ogni tempo, è il “delitto” a rendere questo film un’opera artistica unica. E qui tornano sotto i riflettori la società iraniana, le sue leggi e le sue punizioni.
Un consiglio per le lettrici e i lettori di Filmese: abbandonate qui la lettura per concluderla dopo la visione del film. Non perché ci siano spoiler (chi scrive crede relativamente nell’importanza delle anticipazioni sui film), bensì per lasciarvi stupire e metaforicamente schiaffeggiare dai quattro episodi dell’opera senza una qualsivoglia preparazione.
Eccoci, dunque, a concludere l’articolo parlando di pena di morte. Secondo Amnesty International, l’Iran è al secondo posto tra i paesi di tutto il mondo in quanto a esecuzioni capitali e i suoi registi più rappresentativi si sono spesso misurati con tale tema nelle loro opere. Si pensi a Beautiful City, uno dei primi film di Farhadi o al recentissimo Yalda di Massoud Bakshi: in entrambi i casi, i registi si schierano contro la pena di morte proponendo allo spettatore il punto di vista di un condannato (o della sua famiglia) quasi per impietosire lo spettatore. Due grandi opere, certo, ma Rasoulof va oltre, ci mostra la pena di morte dal punto di vista dell’aguzzino o, meglio, di chi lavora per uno Stato che crede nella pena capitale. A differenza dei predecessori, dunque, Rasoulof non si accontenta: oltre al delitto – sempre dostoevskianamente parlando – ci mostra il castigo.
Luca Romeo

ATTENZIONE: CAMBIAMENTO DI ORARIO
Cinema Kappadue

15.30 - 18.30 - 21.30

Proiezione

21 aprile 2022

Regia

Mohammad Rasoulof

Durata

2h32min

Origine

Germania, Repubblica Ceca, Iran, 2020