A Kaili, in una remota regione della Cina meridionale, Chen, medico dall’oscuro passato, parte alla ricerca del nipote Weiwei, con il sospetto che sia stato ceduto dal negligente fratellastro a un misterioso orologiaio. Questa è in sostanza la trama di Kaili Blues, primo lungometraggio del giovane regista cinese Bi Gan, tra gli esordi più interessanti del panorama cinematografico orientale contemporaneo. La struttura del film è quella del road-movie, con il tormentato protagonista spinto dalla volontà di raggiungere il suo obiettivo, il bambino scomparso, ma distratto nel suo percorso da un ostacolo d’eccezione: il tempo. La struttura narrativa del film è fluida, indefinita: confonde lo sguardo e le sue logiche con un susseguirsi di salti temporali, tra flashback e apparenti visioni da un immaginato futuro, che immergono in un mondo a tratti reale, presentato in stile quasi documentaristico (il cast è composto principalmente da non attori), a tratti onirico. La provincia rurale appare come un luogo surreale, in cui la nozione del tempo segue regole a sé.
Siamo introdotti a questa visione da un passaggio del Sutra del Diamante: “è impossibile recuperare un pensiero passato, o catturare un pensiero futuro, o persino trattenere un pensiero presente”. «È come essere in un sogno»: Chen avverte il proprio attraversamento di una diversa bolla spazio-temporale, che coincide con l’intera seconda parte del film, l’arrivo a Dangmai. Un villaggio segreto, in cui si avverte uno scarto dalla realtà e l’ingresso in un’atmosfera crepuscolare in cui si muovono personaggi sconosciuti, ma che per vie intangibili sembrano connessi ai ricordi di Chen. Il segmento ambientato a Dangmai, della durata di 41 minuti, è girato in un unico piano sequenza, tecnica che il regista utilizza per restituire una percettibile sensazione del tempo, in contrasto con la prima parte, in cui le sequenze sono montate. Montaggio comunque ebbro e poetico, che alterna realtà e sogno, presente e passato. In questo flusso narrativo, guidato dalle melodie degli strumenti tradizionali del popolo Miao, le memorie di Chen diventano così immagini e suoni, fantasmi che invadono l’inquadratura come dettagli che ricorrono all’interno del film: come il rumore del treno, o l’orologio, oppure la sfera da discoteca (simbolo che evoca il ricordo della moglie di Chen).
La presenza di questi oggetti è legata alla ricerca stilistica di Bi Gan, cineasta che ha ben chiari i suoi punti di riferimento, ma che procede su una strada personale, in cui è presente una contaminazione autobiografica. L’introduzione di suoi versi poetici nella narrazione è ad esempio un’ispirazione di natura tarkovskiana, come da lui stesso ammesso (il titolo cinese del film si traduce come Roadside Picnic, titolo del romanzo da cui il regista russo ha tratto il suo Stalker), ma in Kaili Blues diventa quasi un supporto narrativo, più che un elemento riflessivo. Le brevi poesie fanno riferimento a oggetti presenti nella storia e in questo modo aiutano il regista a creare connessioni tra le scene. Il montaggio riflette così la natura evocativa dei singoli elementi narrativi, legando assieme personaggi, oggetti e memorie. Sullo sfondo c’è il paesaggio di una provincia cinese che, seppur filtrata dal realismo magico, mostra autenticamente la sua natura: tra costruzioni in rovina, scarsità di servizi e disagio sociale, la Cina rurale è un terreno di politiche sbagliate, che emergono anche negli onirici viaggi del cinema di Bi Gan.
Michele Bellantuono
