La folle vita

Ripetete con me: anatra, donnola, coniglio, volpe. È stato facile? Certo che sì, ma sarebbe altrettanto facile per un bambino neonato o per un’anziana affetta da demenza semantica? La folle vita contiene molti interrogativi come questo che lo spettatore inghiotte, un boccone amaro dietro l’altro, in un’ora e mezza di forte empatia con ognuno dei personaggi principali. Nei primi minuti di film con Alex e Noémie, coppia di trentenni che desiderano avere un figlio, ma subito dopo con Suzanne, la presenza più ingombrante del primo lungometraggio di Ann Sirot e Raphaël Balboni.
È lei la «folle» del titolo o, meglio, la «démente», come gli autori belgi di lingua francese hanno voluto intitolare originariamente la loro opera. È lei che, in una delle sequenze più struggenti del film, non sa ripetere «anatra, donnola, coniglio, volpe», come vorrebbero la dottoressa che la sta visitando e soprattutto suo figlio Alex. Anche su quest’ultimo si focalizza l’empatia dello spettatore nello spannung del film: può un uomo che non vede l’ora di accudire un bebè, essere pronto per accudire, invece, un’anziana con i medesimi bisogni? Gli sforzi sisifei di Alex e di sua moglie incontrano la resistenza inconsapevole di Suzanne, nel frattempo rallegrata dalla presenza di un particolare coinquilino, Kevin, che la inizierà alla musica metal e le farà ascoltare una versione hard rock de Le quattro stagioni di Vivaldi. Un grande regista come Abbas Kiarostami, nelle sue poesie insisteva molto sull’accostamento di ciascuna stagione a un momento della nostra vita: la primavera all’infanzia, l’estate alla giovinezza, l’autunno all’età matura e l’inverno alla senilità. Ebbene, non c’è stagione che tenga per Suzanne, lei non può seguire gli schemi più ovvi, né fermarsi alla canonicità vivaldiana, Suzanne va oltre: per lei il violino è sostituito dalla chitarra elettrica, il quartetto d’archi è completato da basso, batteria e tastiera amplificata. Nulla, ormai, nella vita della donna segue un filo prevedibile.

La forza del film è descrivere la tragicità di questi momenti senza retorica, in maniera a tratti cruda, ma asciutta e senza dimenticare alcuni espedienti tecnici che abbelliscono il film, al di là della sostanza. Di pregio la fotografia, con un’evidente attenzione cromatica specie nelle sequenze girate con angolazione frontale in cui i personaggi dialogano con i dottori: una a tinte rosa pesca, un’altra blu, poi, ancora, a strisce verticali grigio-nere. La folle vita è uscito in Belgio nel 2020, ma è arrivato nelle nostre sale (molto in sordina) soltanto lo scorso anno, mentre i registi – attenti a quei due – hanno già realizzato un nuovo film, Le Syndrome des Amours Passées, che già fa gola ai cinefili italiani che sperano di non dover aspettare altri quattro anni per gustarlo.

Sicuramente a Bruxelles e dintorni quest’opera prima non è passata inosservata e si è aggiudicata ben sette Premi Magritte, gli “Oscar belgi”, ma anche da noi ha avuto la sua soddisfazione trionfando come Miglior film al Bergamo Film Meeting, addirittura un anno prima della consacrazione in patria. Val la pena, infine, citare gli attori protagonisti: Alex è Jean Le Peltier, già testato da Balboni in un precedente cortometraggio, mentre Noémie è Lucie Debay, protagonista anche del film uscito da pochi mesi in patria e che speriamo di vedere presto. Infine, Suzanne è Jo Deseure, attrice soprattutto di teatro e gemma preziosa di una delle opere più coinvolgenti e convincenti dell’ultimo anno cinematografico.

Luca Romeo

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

22 febbraio 2024

Regia

Raphaël Balboni, Ann Sirot

Durata

87 min

Origine

Belgio, 2020