20.000 specie di api

Quando un bambino viene ritratto sul grande schermo è – per forza di cose – il risultato delle fantasie di un adulto, un costrutto mentale che personifica l’atto di guardare indietro all’infanzia. Per questo motivo, analizzare le figure infantili in un film significa cogliere una serie di assunzioni e di idealizzazioni che abbiamo costruito collettivamente intorno alla figura del bambino. L’analisi diventa tanto più interessante quando un film ci presenta un bambino queer – una figura cinematografica che fa deflagrare tutta una serie di assiomi mentali comunemente radicati: il bambino non è un essere “puro”, angelico e asessuato? – Bum!

Cocó, la giovane protagonista di 20.000 specie di api, manda in crisi la propria famiglia mettendola di fronte a una simile rivelazione: nonostante il suo sesso biologico sia maschile, questo non corrisponde alla sua identità di genere. Il dramma che ne scaturisce è il frutto amaro degli stereotipi di cui sopra, e lo spaesamento della comunità di adulti intorno alla protagonista fa da specchio allo spaesamento dei pubblici più bigotti. La regista Estibaliz Urresola Solaguren gioca con questo bigottismo, e, con una certa insolenza, utilizza narrazioni morali cattoliche come strumento che avvicina Cocó alla propria emancipazione di genere. Dopotutto, la fede in Dio è qualcosa che si sente dentro, impossibile da dimostrare agli altri e per la quale si può essere martirizzati – proprio come (*inserire sorriso beffardo*) la propria identità di genere.

20.000 specie di api è un film di corpi, che si diverte a inserire qua e là immagini più o meno esplicite di non binarismo: dall’icona della sirena, che affascina fortemente Cocó, alla bambola con cui gioca staccandole le gambe, o le sculture della madre e i suoi sforzi per modellare corpi plastici. Il tutto è sorretto dall’incredibile interpretazione di Sofía Otero nei panni della protagonista, che le è valsa l’Orso d’argento a Berlino, diventando, a nove anni, la più giovane vincitrice di sempre.

Lo scompiglio che Cocó porta nella piccola e religiosa comunità basca non è dovuto tanto alla disforia di genere in sé, quanto all’imbarazzo sociale che questa provoca: cosa penserà la famiglia?, e i vicini? In questo modo, Solaguren caratterizza il suo film politicamente, non solo come narrazione di una vicenda intima e personale, ma come fatto pubblico, che crea scandalo. La storia di Cocó è quindi un manifesto ideologico, una protesta contro quei borbottii di paese in grado di rovinare una vita. Il film nasce infatti come reazione alla storia di Ekai Lersundi, un ragazzo trans dei Paesi Baschi morto suicida a sedici anni in attesa di un trattamento ormonale che non è mai arrivato. Solaguren vuole quindi creare un film che dia speranza, mostrando ciò che può andare storto in un momento tanto delicato, ma anche come uscirne – individualmente e come società.

Nonostante il film sia composto quasi esclusivamente da personaggi femminili, Solaguren tiene sullo sfondo tre generazioni di uomini, a simboleggiare la maturazione di una società patriarcale ed eteronormativa ad una più inclusiva. Il nonno è un’ombra del passato, ma i suoi abusi aleggiano ancora come spettri su chi li ha subiti; il padre è una figura meno oppressiva, ma che comunque fatica ad accettare la disforia di Cocó; e infine il fratellino, finalmente rappresentante di una generazione dove c’è spazio per accogliere anche chi non si conforma alla norma.

Simone Coghi

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

15 febbraio 2024

Regia

Estibaliz Urresola Solaguren

Durata

125 min

Origine

Spagna, 2023