Limbo

Come anime sperdute in un monotono Purgatorio, un gruppo di richiedenti asilo è in stallo su una remota isola scozzese, in attesa di ricevere la propria personale grazia nella forma di documenti firmati. Omar è un talentoso musicista che ha lasciato la Siria allo scoppio della guerra civile, ma si ritrova sospeso e impotente in un limbo deumanizzante, incastrato in un’indolente burocrazia e con un fardello di sensi di colpa per la famiglia lasciata alle spalle. Quest’isola purgatoriale, costantemente colpita da venti e pioggia, diventa per lui teatro di vignette comiche e surreali, tra gli involontari strafalcioni razzisti nei centri d’accoglienza per migranti, galline che prendono il nome da Freddie Mercury e competizioni karaoke con in palio mini-frigoriferi. In una scena buffa e onirica allo stesso tempo, un furgoncino postale – potenziale messaggero di salvezza – si muove al suono etereo e quasi divino di arie liriche, sotto lo sguardo attento dei richiedenti asilo, speranzosi di ricevere finalmente i propri documenti. È in scene come questa che il film trova il proprio delicato equilibrio tra comicità surreale e realismo sociale: se Limbo, infatti, ha le sue premesse nell’umorismo dell’assurdo, le risate che ne derivano spesso lasciano un retrogusto amaro – dal momento che, per quanto assurdi, questi teatrini non si discostano di molto dalla realtà con cui l’Europa reagisce freddamente alla crisi dei rifugiati politici. Di fronte al razzismo degli isolani, i personaggi rispondono con emozioni contenute ed espressioni minimali, come a lasciarli soli nella ridicolezza della loro ignoranza e goffaggine, mettendo a nudo le loro assurdità e permettendo così al pubblico di prendere le distanze ridendo di loro. Ben Sharrock, alla regia del suo secondo lungometraggio, inquadra i personaggi in composizioni studiate con la cura di un film di Roy Andersson – figure sospese in uno scenario a cui non sentono di appartenere, come pupazzetti deliberatamente calati su un palcoscenico ostile. Che siano interni o esterni, le disposizioni enfatizzano un senso di alienazione, con i personaggi ordinati in formazioni coreografate intorno a una cabina telefonica nel mezzo della brughiera scozzese o inscatolati in stanze squallide e opprimenti. Rinchiusi in un aspect ratio soffocante, i protagonisti attendono un cambio di sequenza che per mesi o addirittura anni non arriva, lasciandoli abbandonati a un senso di rassegnazione e apatia. Alla staticità della loro situazione, fa da parallelo una regia che raramente si concede dinamici movimenti di camera e, quando lo fa, è spesso per enfatizzare un senso di isolamento, svelando i panorami desolati intorno ai quali avvengono le vicende – immensi cieli grigi e strade che si perdono nel nulla. Omar ha perso la sua vitalità, il suo oud non suona più come una volta e, come gli ricorda suo padre, «un musicista che non suona è come morto». L’oud, strumento principe della musica mediorientale, con le sue raffigurazioni simboleggianti il giardino di casa di Omar, rappresenta la sua anima sopita, per il momento sepolta nella custodia. Se tale è la condizione di molti richiedenti asilo, soffocati in un alienante stato di limbo, il film di Sharrock è dunque un tentativo di ridare umanità alle tante persone colpite dall’indifferenza occidentale, raccontando le loro vite tramite una commedia agrodolce, che, combinando formalismo e umorismo, penetra al cuore delle loro paradossali esistenze.

Simone Coghi

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

27 aprile 2023

Regia

Ben Sharrock

Durata

103 min

Origine

Regno Unito, 2020