Una febbre sudaticcia e persistente affligge Petrov, giovane meccanico e aspirante fumettista dal vagare inquieto nei sobborghi di un’anonima città russa. In un presente non ben definito a livello temporale, Petrov tossisce, beve, fuma continuamente, sia che sfrecci per le vie della città in un carro funebre col morto del giorno e la compagnia di due sodali alcolisti, sia che cerchi la strada di casa dove lo aspetta la moglie bibliotecaria – e, occasionalmente, killer – insieme al malinconico figliolo, anch’egli afflitto dalla stessa influenza. Diventa complicato riassumere la trama di un film come Petrov’s Flu, che accatasta episodi e suggestioni provenienti dalle continue collisioni del protagonista con personaggi secondari, ognuno portatore di un pezzo di storia contemporanea russa e tutti osservati attraverso le traballanti gambe del nostro.
Poco dopo aver terminato di scontare la sua condanna a venti mesi di carcere, Kirill Serebrennikov fa esplodere la messa in scena della sua opera nona attraverso un calembour di movimenti di macchina, di piani sequenza e suoni provenienti da un mondo immaginario, un fuori campo dell’inconscio che entra prepotentemente nell’inquadratura spezzando il ciclo di realtà fin dai primi fotogrammi. Come se la condanna da parte del governo russo, giunta al termine (ma rinnovata subito dopo aver terminato il montaggio di questo film), avesse fatto deflagrare l’immaginario a lungo compresso nella mente di Serebrennikov: le peripezie di Petrov e dei numerosi personaggi che incrocia nel suo incespicare ci parlano della Russia presente in modo viscerale e rocambolesco. Il mondo di Petrov, in cui un’influenza si sta diffondendo rapidamente, è una Russia notturna, un paese selvaggio e misterioso in cui la morte fa parte del tessuto quotidiano e i defunti stessi possono decidere di risvegliarsi all’improvviso, per festeggiare il capodanno. Violenza, criminalità e una fortissima tensione sociale sono argomenti che esplodono letteralmente in faccia a Petrov: mentre viaggia su un tram viene preso di peso e costretto a partecipare a un plotone d’esecuzione che giustizia sommariamente alcuni sventurati passanti.
A una dimensione notturna che sfocia nell’horror – la sequenza ambientata nella biblioteca pubblica rimane una delle più oneste proiezioni dell’immaginario di un bibliotecario frustrato – si uniscono le riprese in pellicola che raccontano l’infanzia del protagonista, sorta di archivio privato in soggettiva dalla sua infanzia, in cui lo vediamo recarsi con la madre a una festa natalizia: la festa di Papà Gelo, in cui tuttavia pare esserci poco da festeggiare e la messa in scena è posticcia e manifesta, a tratti spietata.
La sceneggiatura del film è ispirata al romanzo di Alekseij Selnikov La febbre dei Petrov e altri accidenti (ed. italiana, Francesco Brioschi Editore) di cui Serebrennikov esaspera la prospettiva distorta dalla lente che diventa il corpo febbricitante di Petrov: nella messa in scena confluiscono sogni, ricordi, incubi e fumetti, senza permettere allo spettatore di orientarsi chiaramente. Dove sta la realtà in questa Russia, e dove inizia l’incubo? E, soprattutto, esiste una differenza?
Dopo il più lineare Summer, Serebrennikov amplifica la sua disamina chirurgica di una società che lo ha nuovamente ingabbiato e lo fa moltiplicando le trame e mescolando suggestioni e stili visuali differenti, quasi a volerci comunicare prima di tutto la voracità estetica e narrativa necessaria a racchiudere la Russia di ieri e la Russia post-sovietica di oggi, un intero universo che spesso facciamo fatica a decodificare, al cinema, e nella Storia.
Francesco Lughezzani
