Scarpette rosse

Cosa scrivere di Scarpette rosse dopo i litri di inchiostro che sono stati versati per un film di tale portata? Certamente adottare un approccio critico sarebbe superfluo, così come uno studio accademico che ricalcherebbe qualcosa di già letto o sentito. Perciò, credo, che la cosa migliore da fare sia parlarne da un punto di vista sentimentale, ovvero di descrivere le emozioni che si possono provare dopo lo spettacolo. Perché un film come quello diretto da Michael Powell e Emeric Pressburger vive di nuove immagini a ogni visione, lasciando la meravigliosa sensazione allo spettatore di una ritrovata verginità dello sguardo e, di conseguenza, una voglia matta di affabulazione verso lo stupendo technicolor con cui Scarpette rosse è stato realizzato. Basterebbe la sequenza dove Vicky Page balla fondendosi con il modernismo di un foglio di giornale per evocare un gesto d’artista che ha la precisione e la monumentalità del cinema muto. Al di là, dunque, della storia alla base del film che naviga comunque in acque profondissime – dipingendo un melò sull’ossessione per la perfezione e sulla spada di damocle che porta con sé ogni artista – Scarpette rosse è un film che pone al centro le immagini che a loro volta rimandano ad altre immagini, una rappresentazione teatrale di un sogno che al suo interno contiene un altro sogno. Una catena immaginifica di partiture dove è il sentimento di ogni personaggio a dettare la musicalità della messa in scena. Prendiamo come esempio una delle esasperate prove per il balletto “Scarpette rosse” a cui la protagonista è sottoposta. In questa sequenza la macchina da presa perde ogni coordinata classica che il cinema dell’epoca richiedeva iniziando a roteare contemporaneamente alle piroette di Vicky Page, in un ballo disperato che flirta con l’horror gotico. D’altronde uscire dagli schemi per Powell e Pressburger è sempre stato un marchio di fabbrica facendo dell’ambizione e dell’invenzione un’idea di cinema e soprattutto lo slancio vitale per creare opere-mondo. Non è un caso che Scarpette rosse sia diventato uno dei film di riferimento per una generazione di cineasti che hanno sovvertito le regole di Hollywood: Martin Scorsese ha recentemente dedicato ai due registi un video-essay (Made in England) che potete trovare su MUBI definendo Scarpette rosse “un film perfetto”; Francis Ford Coppola con la sua ultima fatica Megalopolis ne ha realizzato un remake sotto mentite spoglie; Brian de Palma ha sempre inserito Scarpette rosse al vertice dei film del cuore. E l’amore per questo film non sarebbe possibile se non fosse il volto – specchio dell’anima – a ricoprire un ruolo chiave nelle dinamiche degli scontri tra i personaggi. Lo sguardo di ammirazione di Boris Lermontov mentre vede danzare per la prima volta Vicky Page è anche quello dello spettatore, così come gli occhi innamorati di Julian Caster sono la naturale conseguenza dello sviluppo di un rapporto tra il pubblico e la messa in scena sia di Scarpette rosse sia del balletto all’interno del film stesso. Gli assoluti – in Scarpette rosse non c’è spazio per la libertà individuale – tendono a prevaricare i sentimenti facendo andare incontro a un destino nefasto la protagonista. La conseguenza ultima alla fine di questa fiaba di 135 minuti rimane, a ogni visione come alla prima, uno stato d’animo contraddittorio: l’estasi di aver assistito a una danza di fatale bellezza e la tristezza per lo sconvolgimento di una storia d’amore che non è mai riuscita a saltare al di là dei binari.

Emanuele Antolini

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

7 novembre 2024

Regia

Michael Powell, Emeric Pressburger

Durata

133 min

Origine

Gran Bretagna, 1948