Guardare Don’t Cry, Butterfly, per me, è stata un’esperienza rinfrescante, divertente e bella. Girato a Hanoi, Vietnam, questo film ci fa vedere cose tipiche, penso, di questa cultura, come la passione per il karaoke, la costante presenza della tecnologia, dei telefoni (anche se questo si vede un po’ ovunque), l’importanza dei figli maschi, e anche i rituali spirituali. Nonostante questo, il film riflette su questioni femminili universali e approfondisce le sfide di donne di due generazioni diverse, che potevano essere di qualsiasi altro posto nel mondo, incluso l’Italia. Da una parte, la mamma Tam rappresenta la pressione di essere belle e attraenti agli sguardi maschili, di tenere in piedi la famiglia e di “invecchiare bene”. Dall’altra parte, con la figlia Ha, vediamo la frustrazione con l’accettazione degli uomini inerti e inutili, la fame di rivolta e la voglia di scappare e scoprirsi altrove. Un dettaglio che mi è piaciuto è stata l’inclusione dei social media, e di come loro ci condizionano. Per concludere, volevo raccontare che abbiamo avuto l’opportunità di conoscere la giovanissima regista Duong Dieu Linh, una persona molto accessibile e appassionata. Mi ha detto che una delle cose che le piace di più è osservare le diverse reazioni in sala al suo film, quindi io le ho promesso che le trasmetterò come il suo film sarà ricevuto al Kappadue a Novembre. Carolina Ramos
Nell’intimo della vita quotidiana la fragilità umana della protagonista, delicata come una farfalla, emerge in un percorso segnato dall’infelicità. La regista offre uno sguardo su cosa significhi per una donna e madre scoprire di essere invisibile agli occhi del marito. La fatica di aderire agli standard di bellezza imposti dalla società diventa un’impresa tra incensi e incantesimi, quali tentativi disperati per riconquistare il compagno. Il concetto di “To be a woman is to perform” permea la narrazione, in cui la donna è costantemente incitata a soddisfare le aspettative altrui. Solitudine, insicurezze e vulnerabilità si mescolano a sentimenti non corrisposti, generando visioni distorte della realtà riservate ai personaggi femminili, evidenziando così la loro esclusiva sensibilità. Molti sono i simbolismi legati alla maternità e al desiderio di evasione, rendendo Don’t Cry, Butterfly un dramma emozionante dall’estetica potente e con un profondo messaggio di ricerca della felicità. Giada Valery Garcia Cedano
Una macchia sul soffitto è la terza protagonista del film. Quando ci è presentata per la prima volta, è una piccola, semplice macchiolina di muffa. Una di quelle che prima o poi, nella vita, ci siamo trovati tutti ad affrontare: sopra una parete poco arieggiata, in una doccia, su di un qualche alimento dimenticato sul fondo di uno scaffale. Nonostante gli sforzi di madre e figlia, la macchia continua a espandersi, perennemente invisibile a qualsiasi altro personaggio. Arriverà, infine, ad assumere vita propria. Un amante surrogato per Tam, la madre, nella sua disperata ricerca di riconciliarsi con l’uomo che l’ha tradita. Per Ha, la figlia, rimarrà invece una presenza sgradita fino al climax dell’opera. Nel suo esordio dietro la cinepresa, la regista e sceneggiatrice Duong Dieu Linh si è dimostrata capace di incapsulare perfettamente le ambizioni, le sfide e le paure di madre e figlia, lasciando al pubblico l’onore – o l’onere – di decifrare gli enigmi disseminati lungo la narrazione. Federico Schinardi
Durante il soggiorno alla Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo avuto modo di imbatterci in esordi cinematografici di notevole spessore artistico sotto diversi punti di vista. Il premio del Circolo del Cinema di Verona a Don’t Cry Butterfly è stato motivato dall’originalità dell’opera prima della giovane regista vietnamita Duong Dieu Lihn, che, attraverso soluzioni espressive personalissime, ha saputo affrontare temi di estrema attualità, tanto inflazionati quanto complessi. Fra di esse occorre menzionare un elegante uso del sonoro, il quale, benché non appariscente, accompagna fedelmente le fasi di crescita del malessere delle due protagoniste – nucleo pulsante del film. La regista rappresenta il manifestarsi della sofferenza nell’alternanza fra i due scenari opposti del pubblico e del privato: l’incessante ripetersi del quotidiano nella società moderna e la fuga in una dimensione magico-rituale. La realtà è resa da suoni di clacson e di strada, dalle stoviglie che sbattono in cucina, dalle canzoni che escono dalle radio dei negozi, dal vociare ininterrotto dei canali social. Il soprannaturale, invece, si insedia nel quotidiano con l’irrompere di suoni arcani: dal rumore primigenio di una goccia d’acqua fino a suoni distorti e brutali, resi da un uso accorto e motivato dell’elettronica. Un lento degenerare del suono in rumore accompagna, dunque, lo spettatore ad immergersi nel sentire del femminile, sentiero impervio rappresentato dalla regista a metà via tra un sogno e un incubo. Irene Benciolini
