Nel nostro immutato “occidentalcentrismo”, non è semplice immaginare una storia di formazione ambientata nelle immense steppe mongole. Avventure come quelle di Oliver Twist e David Copperfield (o del recentissimo Demon Copperhead, di Barbara Kingsolver, vincitore del Pulitzer 2023) sono ormai entrate nell’immaginario comune, diventando mattoni sicuri per la costruzione di una storia. Tuttavia, esse sono tutte ambientate in luoghi e tempi che ci sono più o meno familiari.
Con le prime immagini di Se solo fossi un orso, si viene catapultati nella Mongolia odierna, che non è solo yurte (le tradizionali abitazioni mobili dei nomadi), ma anche città: ibridi congelati, in cui palazzi e grattacieli condividono la stessa aria delle tende. Un’aria sporca, nera, che si affumica a causa delle stufe a carbone che sono l’unico modo per resistere al gelo delle steppe. E proprio il carbone è un tema centrale di questo film: un bene di prima necessità, che non può mancare mai, e per cui ognuno è disposto a fare l’impensabile per ottenerlo.
I dualismi neve/carbone, tradizione/progresso, povertà/ricchezza sono affrontati più volte dalla prospettiva di Ulzii, un ragazzo adolescente che vive con la madre e i suoi tre fratelli piccoli nell’area più povera di Ulan Bator, mentre deve mettere da parte le avventure giovanili per riuscire a sostenere la sua famiglia. Sono molto poveri, con un padre che si è tolto la vita, e la madre che, tra depressione e dipendenze, non riesce a mantenere la sua famiglia. Ulzii però è un genio della fisica, e quando uno dei suoi professori se ne accorge, questi decide di prenderlo sotto la sua ala per portarlo ai campionati nazionali, così da poter vincere una borsa di studio e scappare da quel luogo, in cui gli inverni toccano i -35 gradi.
Una volta conclusa la visione, si rimane incantati dalla bellezza di una zona del mondo del tutto sconosciuta ai più, incastonabile solo tra il folle amore per l’esotico che affascina così tanto noi occidentali e l’idea di miseria di una delle aree meno abitabili del pianeta. Un paese che Zoljargal Purevdash (la regista di questo lungometraggio) ha potuto raccontare come solo chi può chiamare un posto “casa” ha il permesso di fare.
La yurta di Ulzii e dei suoi fratellini è lontana dall’idea di luogo caldo e ovattato, che fa da scudo all’estremo deserto ghiacciato esterno. È il luogo in cui si consumano tutte le tragedie del protagonista, in cui Ulzii deve affrontare la realtà triste della sua giovane vita: una boccia di vetro che non gli permette di nascondersi, che non ha angoli, in cui lui e la stufa spenta sono soli, al centro di tutto.
Dal punto di vista della fotografia, i campi larghissimi sulla città e sulle colline innevate permettono una discesa lenta ma costante verso la realtà di Ulan Bator e di tutta la Mongolia, che dà respiro e tuttavia costringe lo spettatore a non distogliere lo sguardo dal freddo imponente, a cui è impossibile sfuggire. Ed è forse la fuga una delle chiavi di questo film: tutt’altro che una fuga vigliacca, ma la ricerca di una via d’uscita, di un modo per poter alzare di nuovo gli occhi al cielo e poter prendere un respiro vitale, al di sopra della coltre di fumo che invade la tenda. Un po’ come fanno gli orsi, che si addormentano nei cunicoli delle grotte per sfuggire al freddo.
Se solo fossi un orso non è arrendersi, ma ribellarsi all’inevitabilità delle cose: prendere atto della forza del mondo e ribellarsi per poter essere felici.
Michele Cannas
