To Leslie

L’America profonda, lontana dalle ricche e rigogliose coste, genera figli apolidi che riconoscono nella propria disperazione, mai con piena coscienza – i politicanti che eleggono lo dimostrano – il segno tangibile di una nazione economicamente depressa e profondamente diseguale. Se la società li mantiene distanti, il cinema e le arti, per deontologia professionale più che spirito umanitario – perché la pornografia della povertà è forse catartica per il benessere intellettuale – ne hanno sempre attenzionato la particolarità, esponendo la fragile esistenza e l’equilibrio spezzato di queste esistenze periferiche. Questo è particolarmente vero negli stati del sud: quelli che Silone chiamerebbe cafoni, dai primi esperimenti come Cinque pezzi facili ai più recenti Nebraska (con cui To Leslie condivide l’afflitta speranza di trovarsi fortunati invece che compiuti per fuggire allo sconforto del quotidiano) e il pluripremiato American Honey, hanno sempre trovato un’ampia rappresentazione nel panorama del cinema indie americano. L’immaginario dei mandriani è stato sostituito da quello dei miserabili, che in La valle dell’Eden (capolavoro di Elia Kazan che spietatamente disamina il modello di apparente prosperità statunitense) non hanno trovato l’idillio promesso. Gli ultimi e gli infelici sono quindi i protagonisti di questi western postmoderni, dove la frontiera ancora una volta si è spostata – in territori non più fertili, nessuna distesa da conquistare, ma deboli identità da difendere – privando così i suoi abitanti, questa volta gli americani, di riferimenti e bussole morali.

Leslie è una giovane madre texana che vince una somma ingente alla lotteria. La mancanza di una prospettiva concreta ne divora la possibilità di riscatto e nell’arco di pochi anni si ritrova sola e consumata dall’alcool. Ha abbandonato suo figlio James perché incapace di prendersene cura. Ora, dopo essere stata sfrattata, cerca rifugio in casa del ragazzo. I tentativi di riappacificarsi falliscono quando diventa evidente che la dipendenza di Leslie ne compromette la stabilità emotiva, così James è costretto a cacciarla. Inizia un’epopea – in un’opera per molti aspetti gemella, Nomadland, quella qui rappresentata come perdizione individuale assurge metaforicamente a diaspora – che la porterà a riparare nell’angoscia dell’isolamento. Trova però la comprensione di Sweeney, malinconico ma romantico locandiere, che gli offre una possibilità. Tra recidive e isterismi, accuse e rimpianti, riusciranno a trovare una dimensione comune, ognuno accogliendosi nella propria vulnerabilità grazie al soccorso dell’altro.

Lode ad Andrea Riseborough, che nel ruolo di madre rediviva è magnetica, incantevole. Sempre esposta, quasi violata dalla camera, che ne illustra il corpo emaciato e stanco, anche sola reggerebbe l’attenzione. To Leslie è un’esperienza totale, purificante. Un delicato ritratto dell’errore, un’ode al fallimento. Leslie è una donna spezzata ma soprattutto arresa: è la passiva adesione al suo calvario – che accetta rassegnata, quasi come un Cristo inconsapevole – ad addolorare di più nel vederla, incapace di sollevarsi, vittima di se stessa più che delle circostanze. E in questo siamo tutti fratelli. Ma To Leslie ci ricorda anche che la solidarietà, intesa nel segno comune della reciprocità, lontana dal pietismo e dalla falsa misericordia, è il fondamento del vivere comune. Perché nessuno si salva da solo.

Federico Mango

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

18 aprile 2024

Regia

Michael Morris

Durata

119 min

Origine

USA 2022