Ciò che viviamo ci segna, che lo vogliamo o meno. E il trauma lascia una ferita indelebile, che si insedia nel corpo e nella mente come un veleno. Parlarne ad oggi è più che mai fondamentale e Sorry, Baby si inserisce con una dolcezza seppur amara e senza spettacolarizzazione, nell’insieme di film sulla complessità e importanza della salute mentale.
Ecco che, dai produttori di Aftersun, Moonlight e Se la strada potesse parlare e dalla visione creativa di Eva Victor nasce Sorry, Baby, di cui non è solo esordiente regista ma anche sceneggiatrice e attrice protagonista.
Agnes vive da sola e insegna letteratura in un college del New England. Prima di far leggere ai suoi studenti Lolita, lei stessa si è trovata dall’altro lato della scrivania e ha percorso quei corridoi in veste di studentessa: piena di aspirazioni, entusiasmo e in preda con la stesura della tesi. Sarcastica e autoironica può contare sull’amica Lydie, che diventa non solo la sua roccia nel momento più fragile, ma anche la sua unica vera certezza nel presente. In passato, aveva già riposto la sua fiducia in qualcuno che ammirava e stimava, ma che ha finito poi per deluderla profondamente.
E così il film si muove in un percorso narrativo frammentato, fatto di capitoli post e pre trauma, permettendo a Eva Victor di farlo coesistere nella vita della sua Agnes senza però lasciare che la definisca e riduca a solo ‘vittima’.
In fin dei conti è un essere umano, con sentimenti e ambizioni. Per quanto i ricordi dell’Evento tornino, lei impara a conviverci e lascia che la trapassino, dimostrando un’incredibile resilienza e lucidità. Nonostante tutto, quindi, continua a navigare le relazioni sociali e la sua vita quotidiana, anche grazie a qualche coping mechanism.
Ne è l’esempio il tenero gattino che la accompagna nella locandina: indifeso e smarrito, un po’ come lei. “Il gatto per me è stato davvero autobiografico. Gli animali sono interessanti perché con loro il consenso è chiarissimo: capisci subito quando non vogliono essere toccati. Agnes ha bisogno di una compagnia che non parli ma resti, di un’altra anima in casa. Non credo che sia una donna che desidera la maternità, quindi un gatto è il rapporto perfetto: quasi un coinquilino, qualcuno da rispettare come un adulto” dichiara la regista.
Giada Valery Garcia Cedano
