LOVE

Cos’è l’amore in un mondo in cui tutto è razionale e calcolato? In una società dove sembra normale ammettere che se un paziente è anziano non viene curato, che delle pietre (soggetto di studio di uno dei protagonisti) sono importanti quanto i propri figli e che si vedono tutte le donne su un app di incontri come prostitute (e macchiate di imperdonabile egoismo qualora cerchino qualcosa in più del solo sesso), come si può vivere del sentimento? Queste domande sono alla base di Love, terzo capitolo della trilogia Sex-Dreams-Love, interamente incentrata sull’analisi e la ricerca di una nuova prospettiva sui rapporti umani e sulla propria identità.
L’opera di Haugerud si presenta come un saggio visuale dove articolate riflessioni sull’amore, il sesso e l’istituzione matrimoniale sono le protagoniste, mentre i volti degli attori e gli scorci di Oslo danno forma a questi pensieri. L’immagine è a servizio della parola, ma non secondaria. I non-luoghi – in primis il traghetto che collega la città con le isole circostanti – in cui i personaggi si incontrano e scambiano le loro opinioni trasmettono un senso di sospensione e attesa grazie a cui i dialoghi non diventano verbosi. I due personaggi principali del film sono Marianne e Tor, un medico e l’infermiere con cui divide i suoi turni, due professionisti complementari che, nello stereotipizzazione dei loro ruoli, rappresentano razionalità scientifica e comprensione umana. La prima parte del film segue Marianne nei suoi rapporti con un’amica, responsabile dell’organizzazione di eventi per la città di Oslo, e il suo team di lavoro composto da tecnici, architetti e un geologo con cui cerca di organizzare un incontro con la protagonista. I dialoghi in questa fase sono scientifici, freddi e asettici e anche il continuo indugiare su relazioni e rapporti sessuali è fatto secondo una logica di causa-effetto, di opportunità e necessità, senza che le emozioni traspaiano. Marianne, autrice della frase sui pazienti anziani citata a inizio scheda (avendo vissuto in un paese profondamente affine alla Norvegia, vi invito a non sottovalutare il valore di quelle parole) e disinteressata alla comprensione dei sentimenti dei suoi pazienti, non è aliena a questa dinamica, ma la sua prospettiva cambia dopo un casuale incontro notturno con Tor. Quest’ultimo presenta una visione della vita concentrata sull’ascolto e sulla comprensione, sull’umanità prima che sull’utilità, pur senza arroccarsi in un moralistico rifiuto del piacere. Come Marianne, rifugge dall’idea di una relazione stabile e monogama, ma al contrario di lei accetta l’idea di un amore vissuto come empatia. Nel racconto delle proprie esperienze, nel modo di approcciare il lavoro in ospedale e con il rapporto di sostegno empatico-amoroso con un paziente conosciuto precedentemente su un app di incontri, Tor mostra una possibile risposta al quesito alla base del film. In un contesto di pragmatico utilitarismo e di generalizzata solitudine – ogni personaggio mostrato vive da solo con la propria irrequietudine –, l’empatia è l’unica forma di amore possibile, o perlomeno la base imprescindibile per ogni relazione interpersonale. Solo chi accetta questo concetto in Love riesce a rimettere ordine nella propria vita e intravedere una prospettiva di serenità, chi continua a essere guidato dall’utilitarismo, invece, rimane confinato nella propria prigione, dorata, ma pur sempre una prigione.

Riccardo Chiaramondia

Cinema Kappadue

16.30 - 19 - 21.30

Proiezione

12 febbraio 2026

Regia

Dag Johan Haugerud

Durata

119 min

Origine

Norvegia, 2023