Gli studenti di Comunicazione sanno che i messaggi non verbali sono in grado di arrivare in maniera chiara, corretta e completa a un destinatario, pur senza l’utilizzo delle parole. Gli appassionati di tale tecnica e amanti del cinema si segnino questo nome: Veit Helmer. È proprio il regista tedesco l’autore di The Bra – Il reggipetto, graziosa commistione tra commedia e dramma che tra i suoi segni particolari vanta l’essere un lungometraggio muto (musica e rumori a parte, ovviamente), cosa rara sul grande schermo nel 2019. Ma come fa il cinema muto a sopravvivere in tempi di film «urlati» e di sceneggiature in cui, spesso, la battuta del protagonista viene ricordata più della trama in sé? Helmer va controcorrente (e lo fa bene) scrivendo in punta di penna un’opera che sembra una favola senza tempo e senza spazio, in un luogo remoto dove le case sono costruite intorno alle rotaie di un treno e dove la gente è abituata a mangiare, giocare a carte, stendere i panni bagnati e, insomma, vivere sulle linee parallele arrugginite di un vecchio binario. Ogni tanto, però, durante la giornata gli abitanti del villaggio devono abbandonare in fretta e furia il loro “corso” principale per lasciare spazio al suo passante naturale, il treno guidato da un anziano macchinista che fin dalle prime sequenze si scopre eroe non-eroe di questo film. Il treno corre lento tra le case, ognuno sgombera più in fretta che può, ma spesso c’è qualcosa che resta impigliato sul parabrezza del convoglio ferroviario: vestiti vari, lenzuola e, momento focale della storia girata da Helmer, un reggiseno. Ma a chi appartiene? Sarà proprio questo indumento intimo a scatenare la curiosità del ferroviere che da qui in poi comincia una “caccia” simpatica e a volte commovente fra le donne del paese, per riuscire a restituire il reggiseno alla legittima proprietaria. Una sorta di novello principe azzurro che cerca la propria personalissima Cenerentola, con quel bra che prende il posto della scarpetta con il tacco più famosa della storia del cinema d’animazione. Chi ha bisogno delle parole per raccontare questa bella favola dal retrogusto dolceamaro? Non certo Helmer, che dopo aver sperimentato il “silent movie” già vent’anni fa con Tuvalu, torna al cinema muto lasciando che a parlare siano le espressioni dei volti degli attori (ottimi il protagonista Predrag “Miki” Manojlovic, l’attore bambino Ismail Quluzade e il nutrito cast femminile capitanato dalla spagnola Paz Vega) e le suggestive ambientazioni, dall’incredibile scenario del quartiere Shangai di Baku, costruito realmente intorno a un lungo binario ferroviario, alle splendide montagne che circondano la capitale dell’Azerbaigian, luogo magico e perfetto per calare lo spettatore nella giusta atmosfera cara alle favole. Un gradito ritorno a Est del cineasta tedesco, che nel paese caucasico aveva già girato Absurdistan nel 2008 e poco più tardi Baikonour nel vicino Kazakistan. «Ho scelto di fare un film senza dialoghi – racconta il regista a proposito della sua ultima fatica – perché considero il parlato un modo per raccontare storie non filmico. Il cinema è essenzialmente fatto di storie che vengono narrate attraverso immagini e suoni, ma non si può semplicemente eliminare i dialoghi dalla sceneggiatura. I film senza dialoghi devono essere concepiti proprio in quanto tali, questo comporta un lavoro notevole nella scrittura. Ma credo che il risultato sia qualcosa di unico per il pubblico che guarda il film». Agli spettatori l’ardua sentenza.