The Orphanage

La sala è buia, sul grande schermo si proietta una scena di scazzottate esagerate, il pubblico osserva assorto e i suoni quasi comici del combattimento risuonano nel cinema. Poi, l’incanto. Un allegro motivetto sostituisce il suono di pugni e calci, e sullo schermo appare una diva di Bollywood che inizia a cantare una canzone pop. Il pubblico diventa sognante, qualcuno muove la testa a tempo, qualcun altro contempla estasiato la scena, finché l’euforia non pervade la sala e tutti iniziano a ballare e applaudire a tempo. Qodratollah è un ragazzino orfano, solo a Kabul, dove sopravvive vendendo portachiavi e biglietti del cinema al mercato nero. Il cinema e Bollywood sono per lui un meccanismo di evasione, tant’è che i suoi desideri più intimi e profondi diventano proiezioni fantastiche in stile bollywoodiano: il mondo si trasforma in un musical di cui Qodrat è protagonista e le emozioni soffocate esplodono in canzoni appassionate. A un tratto, però, il ragazzo viene prelevato dalla polizia e portato in orfanotrofio, dove dovrà trovare il proprio posto in mezzo alle tipiche dinamiche di potere tra coetanei e, allo stesso tempo, tra le ben più pericolose dinamiche di potere di Gorbachev, dei mujaheddin e della Guerra fredda. Il film è tratto dal diario mai pubblicato di Anwar Hashimi, amico della regista e membro del cast, che ha vissuto per otto anni in un orfanotrofio in Afghanistan durante la guerra. La prospettiva del film è quindi quella di un bambino intrappolato in un conflitto che non gli appartiene, e Shahrbanoo Sadat, la regista, adotta il suo punto di vista per raccontare la storia del proprio paese con limpidità e innocenza. Se da un lato, infatti, il film propone un ideale di evasione dalla durezza della vita, non per questo vuole rinunciare a una narrazione sincera e neorealista: gli attori sono non professionisti, e le loro vite – tranne per le parentesi sognanti di Qodratollah – sono raccontate con franchezza. Al tempo stesso, però, The Orphanage è un film intriso di sogni e fantasie, unica via di uscita dalla durezza della vita di un orfanotrofio sovietico, in un momento in cui gli equilibri politici stanno drammaticamente cambiando. Così, tramite il cinema, i musical bollywoodiani, una manciata di figurine pornografiche o gli scacchi, è possibile sublimare un universo di passioni mai vissute e allontanarsi per un po’ dal freddo e inospitale mondo esterno. Di giorno i ragazzini osservano dalle finestre dell’orfanotrofio le ragazze in lontananza e si perdono a fantasticare scollature più larghe, di notte invece ridacchiano e si confidano il proprio amore per le insegnanti. Oltre alle fantasie erotiche, nel regno del sublimato trovano spazio anche le fantasie aggressive: l’orfanotrofio è un luogo ostile, in cui è costante un senso di minaccia e prevaricazione, e in questo contesto le partite a scacchi diventano occasione per elevare il conflitto a una sfera non terrena (almeno finché la partita non finisce). Il film è così il ritratto caldo e tenero di una situazione politica tesa – a cui la tensione dell’orfanotrofio fa da parallelo. Il cinema di Sadat diventa anche una poetica di speranza e resistenza ai dolori della vita: se infatti le fantasie bollywoodiane possono essere viste come uno straziante meccanismo di difesa del protagonista, sono anche un’affermazione del potere del cinema e del sogno di riscrivere la storia. Perché anche la guerra, i bulli e la morte possono diventare un allegro teatrino e scomparire sulle note irresistibili di un musical. 

Simone Coghi 

Cinema Kappadue

16.30 - 19.00 - 21.30

Proiezione

27 ottobre 2022

Regia

Shahrbanoo Sadat

Durata

1h30min

Origine

Afghanistan, 2019