Diao Yinan è uno dei nomi pi. rilevanti del cinema cinese degli ultimi due decenni. Quattro lungometraggi e uno sguardo che lo rende immediatamente riconoscibile, così come nel suo lavoro è persistente la vicinanza con dei generi cinematografici (dramma e tracce m.lo, poliziesco e noir si sovrappongono in un denso magma narrativo e formale) da rielaborare con chiare tonalità postmoderne all’interno di una complessa e stratificata costruzione diegetica. Questi elementi riappaiono in primo piano in The Wild Goose Lake, un film al tempo stesso lineare e depistante, il cui soggetto, riassumibile in poche righe, si apre a continue digressioni e salti nel recente passato dei protagonisti che affiora senza sbalzi visivi, in ricercata continuità cromatica con le luci al neon del presente.
Ci sono un uomo e una donna, ovvero un gangster in fuga dopo avere ucciso un poliziotto e una “bagnante”, termine usato in alcune zone della Cina per indicare le prostitute e che significa, letteralmente, “accompagnatrice da spiaggia”. Non si conoscono e si incontrano nella prima scena, in una piccola stazione di periferia, di notte e sotto la pioggia (due “segni” che non cesseranno di manifestarsi nel corso di tutto il film, dando a esso ulteriori impronte noir, come da tradizione del genere). Lei si chiama Liu Ai’Ai e giunge a quell’incontro al posto della moglie di Zhou Zenong, ferito, braccato e sul quale c’è una taglia di 300.000 yuan. Soldi che hanno un ruolo decisivo, avendo il fuggitivo deciso di farsi catturare dalla moglie affinchè sia lei a poter godere della ricompensa e in tal modo migliorare la sua vita e quella del figlio piccolo. Ma Diao complica le cose e a questa storia semplice aggiunge tante sotto-storie, espande il tempo della fuga e dello scontro finale con la polizia, lo interrompe incastrando flash-back o compiendo deviazioni dalla narrazione principale per soffermarsi su personaggi minori o solamente comparse, gente che attraversa le inquadrature e sparisce.
D’altronde, lo spazio e i colori sono veri e propri personaggi di un film girato tra luoghi fatiscenti, immensi caseggiati popolari, rive e dintorni di un lago che rappresentano una “terra di nessuno” per una moltitudine di traffici. E sull’acqua di quel lago, su una piccola imbarcazione, dove Ai’Ai e Zenon hanno trovato uno dei tanti temporanei ripari, si consumerà l’unica scena di sesso, ma anche di attrazione desiderio fra i due personaggi principali.
Corpi che altrimenti si sfiorano, si rincorrono, si aggirano vicini eppure distanti. Il m.lo, per Diao Yinan, . una “variazione” inserita nel corpo del noir, le donne (Ai’Ai e la moglie di Zenong, Yang Shujun) sono figure tradite (Zenong ha abbandonato Shujun cinque anni prima) e costrette a tradire, infine “vincitrici” dopo un gioco al massacro dipinto in inquadrature grondanti sangue, dove corpi trafitti possono trasformarsi in “statue” sia macabre sia grottesche. Diao riunisce le due donne, ipotizza il sorgere fra loro di una complicit., mentre camminano per strada, al termine di un’opera che il regista ha voluto prendesse corpo “attraverso il gesto e il movimento” e che mostrasse “una città non da realismo sociale, bensì astratta, reinventata”.
