Se la prima parte di Trenque Lauquen, con il suo rutilante fiato da “telenovelas aumentata”, è servita alla regista per disporre sull’ideale scacchiera della cittadina sperduta nella Pampa personaggi, luoghi, situazioni e per trascinare lo spettatore in un gioco avvincente di misteri; la seconda parte ne costituisce il perfetto contraltare, là dove all’accumulo, anche narrativo, si sostituisce una progressiva rarefazione, che asciuga le molte linee narrative fino a ridurle in una unica direttiva.
È la direttiva su cui Laura, la protagonista, si mette improvvisamente in cammino, allontanandosi senza apparente motivo dalla città, dal lavoro e dagli uomini che la amano – come sedotta dal richiamo di quella Carmen Zuna che, come abbiamo appreso dal mistero del carteggio, aveva compiuto il medesimo gesto il secolo precedente. Non ci vuole molto a comprenderlo: questo procedere non muove su una linea retta, quanto piuttosto su un tracciato che si irradia come una spirale, sospinto da una forza centrifuga che ha Trenque Lauquen al suo centro. Il nome, nel dialetto locale, significa “laguna rotonda”.
Attorno a questa laguna, ventre amniotico che letteralmente dà alla luce (la creaturina ripescata, il cui enigma è centrale a questa seconda parte), si svolgono e riavvolgono le vite di donne comuni eppure straordinarie. Laura come Carmen, ma anche Carmen come Laura Citarella, la regista, incinta al tempo delle riprese, che nei flashback è anche attrice proprio nei panni della donna delle lettere. E Laura Paredes, interprete della protagonista cui presta il nome, nonché co-sceneggiatrice: il film esiste in grazia del suo corpo, del suo fisico minuto e svagato, è scritto per quel viso antico e dolcemente enigmatico, come di iguana. Non è un caso che l’attore Ezequiel Pierri incarni sia il suo innamorato, Chicho, che l’amante di Carmen, Paolo Bertini, e sia nella realtà il marito della regista (riuscite a immaginare dichiarazione d’amore più totalizzante?)… E se a questo punto una vertigine vi ha preso, il suggerimento è quello di non dibattervi, ma lasciate che il gorgo vi trascini in fondo alla laguna.
Trenque Lauquen si squaderna come un formidabile ipertesto – per nulla macchinoso, sia concesso di ribadirlo una volta di più – che permette il movimento nel tempo e nello spazio, tra i piani del filmico, del profilmico e addirittura dell’extra-filmico: vita dei personaggi e vita di chi il film lo fa si completano e sublimano a vicenda, così come vita vera e vita sognata coesistono, sono anzi la stessa cosa.
Emerge da qui la proposta di uno sguardo nuovo da gettare sul mondo, uno sguardo di segno femminile e inclusivo, non opposto ma altro rispetto allo sguardo della logica maschile, che pure accoglie. Il noi che si sostituisce all’io, secondo la lezione della rivoluzionaria Alexandra Kollantaj, la cui Autobiografia di una donna comunista sessualmente emancipata ha un ruolo fondamentale nel mettere in moto le vicende del film.
Abbandonare le pastoie dell’ego, le vicissitudini meschine, alzare lo sguardo verso un orizzonte che tutto comprende e che chiede, irraggiungibile, di incamminarsi verso di esso. Andarsene diviene allora l’unico modo di restare – di restare nel mondo: «Adiós, Adiós. Me voy, Me voy».
Luca Mantovani
