Dopo aver visto Upon Entry, vi alzerete dalla poltrona in sala pensando che volete contattare quel vostro amico che è emigrato negli Stati Uniti, riassumere brevemente la trama del film e chiedergli: «Ma succede davvero tutto questo?». Benvenuti nel mondo di Alejandro Rojas e Juan Sebastián Vásquez, all’esordio – e che esordio! – insieme dietro la macchina da presa e alla sceneggiatura di un lungometraggio di finzione. La loro opera è un thriller psicologico (molto) e claustrofobico (moltissimo), tutto girato pressoché in tre ambienti, cosa che lo rende perfettamente adattabile anche al palcoscenico di un teatro. Anche se i registi venezuelani impreziosiscono il girato con primi piani prettamente cinematografici e che valorizzano una prova attoriale del tutto convincente: le espressioni del viso si fanno parola, i silenzi entrano prepotentemente nella sceneggiatura e l’atmosfera si fa sempre più noir. Chi è il buono? Chi è il cattivo? Esistono buoni e cattivi in questo film? Il finale (tranquilli, niente spoiler) è il presagio di una catastrofe o un vissero per sempre felici e contenti? Rojas e Vásquez non rispondono a queste domande e gli amanti della settima arte ringraziano: spesso è il troppo detto a rovinare un thriller e gli autori, in questo caso, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore in maniera perfetta, pur senza sbottonarsi troppo in fase di scrittura.
Si diceva degli attori, come non citarli, a partire da Bruna Cusí, i cui sguardi scovano l’empatia anche nello spettatore più freddo. Se vi sembra di averla già vista, non sbagliate: i Soci e le Socie hanno potuto ammirarla in quel gioiellino catalano che è Estate 1993, presentato dal Circolo poche stagioni fa. Co-protagonista è Alberto Ammann, attore argentino noto nell’universo delle serie TV e che farà impazzire gli altri personaggi come il pubblico: quanto è sottile la linea tra verità e menzogna quando il suo Diego apre bocca? E poi c’è l’antagonista principale, Laura Gómez, splendida nell’oscillare tra la parte del poliziotto cattivo e quella del poliziotto buono.
Verità e menzogna, buoni e cattivi, guardie e ladri (si fa per dire): Upon Entry è un film sulla dicotomia che gioca con l’ansia dei personaggi e dello spettatore e, come si scriveva, non lascia che dubbi di cui discutere dopo la visione. Insomma, il film perfetto per un cineforum in cui la parte del forum si riprende finalmente l’importanza che merita.
Incalzati sull’etichetta del thriller psicologico appiccicata al loro lungometraggio, i registi hanno parlato di “thriller sociale”, evidenziando come l’intento dell’opera sia anche politico: il film nasce con la voce in tv di Trump, il presidente che così poco manca a buona parte dei cittadini USA, ma la cui rielezione in autunno è una possibilità verosimile. Probabilmente Rojas e Vásquez vogliono porre altre domande al pubblico, statunitense e non: è così che vogliamo pensare alla nostra società? È in queste mani che vogliamo mettere le nostre vite? O, più banalmente: siamo sicuri di sapere che cosa succede nella vita reale, in concreto, rispetto agli argomenti che ci regalano entusiasmo o indignazione nell’astratto dei dibattiti politici? Forse, dopo la proiezione, davanti a una pizza, oltre a chiederci chi fossero i buoni e chi i cattivi nel film, finiremo a parlare di politica, società e immigrazione. Upon Entry è la finzione che incontra e si mescola con la realtà, dove i riferimenti a persone e avvenimenti non sono puramente casuali. Anche questo, per fortuna, è Cinema.
Luca Romeo
