Tre bambini, Zelinda, Assunta e Icaro, e tre diverse guerre: il primo conflitto mondiale, gli scontri tra partigiani e tedeschi e la stagione del terrorismo visti attraverso lo sguardo di chi trascorre ogni giorno a contatto con la miseria e di chi affronta tra rinunce dolorose e sogni i primi anni della vita. Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà, scriveva Pasolini nel 1951. Invelle, in dialetto marchigiano, significa da nessuna parte e il film di Massi infatti non si colloca in nessuna dimensione, perché rifugge qualsiasi norma narrativa, preferendo determinarsi nell’astratto della forma e del linguaggio. Meglio, si colloca nel tempo di una Storia che lo rigetta, così come in uno spazio ideale, quello della campagna pesarese dello stesso Massi, o quella friulana di Pasolini. Invelle attraversa il Novecento nel segno della tragedia, illustrando il ritratto di un’Italia resistente, ma infine sconfitta, sventrata dalla guerra, dalla malattia. Ancora agricola, semplice e sincera, pare l’Italia di un qualsiasi secolo, tormentata dal conflitto. Per questo, Invelle non ha spazio né tempo: il Novecento di Massi è il perpetuo moto di sé stesso, senza scopo; una guerra poi un’altra, gli anni di piombo, la morte di Moro che è la morte terminale dell’Italia sicura perché illusa. Per raccontare l’inconsistenza di questa promessa, bisognava adottare una dialettica altrettanto evanescente. Qui la necessaria poetica stilistica di Massi, tanto eterea quanto materica: la concretezza della grafite, il tratto artigianale, la solidità del contrasto chiaroscurale tra bianco e nero del suo cinema d’animazione. Uno stile in cui convivono la continua frammentazione, i continui cambi di forma delle sagome, in costante mutamento, poi la soluzione di continuità nei piani-sequenza e il fluttuare quasi inconsistente della camera. Come catturare la sensazione – lo spirito – di un’epoca se non dipingendone il corpo – il fantasma? Questi continui contrasti di senso animano l’opera di Massi mostrandone la nevralgia, un appassionato lirismo che però, invece di essere leggero come l’aria, è pesante come il ferro dell’aratro, perché ancorato alla realtà contadina che lo ispira. Massi, come i suoi film, si è infatti sempre definito un animatore resistente, ispirato dalla volontà di difendere quei valori invasi dalla modernità, la stessa che Pasolini definiva fascista, in quanto omologante e coercitiva: la purezza dell’idillio contadino, seppure vessato dalla Storia, la genuinità di un tratto di matita rispetto all’animazione digitale, il senso di appartenenza contro la depersonificazione, riflesso della società individualista di cui oggi soffre anche l’occidente rurale. Nell’angoscia però, il sentimento autentico: Massi ancora prima che poeta è un restauratore, un filologo degli umori sinceri. Ripristina quella dimensione ormai ancestrale che pure è la nostra eredità diretta: l’utilizzo del dialetto, le tradizioni popolari, i volti nodosi come olmi antichi. Invelle allora, come tutti i lavori precedenti del regista, si dichiara figlio apolide del ‘900: il disperato tentativo di recuperare e conservare la memoria paleo-industriale di un’idea e del suo sogno. «Il sogno di una cosa», riprendendo invece le parole questa volta di Marx. È un sogno dolce che pure non ci lascia addormentare: i corpi le voci le vite obliate, le storie perse nella Storia. Sono i nostri padri, saremo noi.
Federico Mango
