Il grande drammaturgo David Mamet nel suo fondamentale libro I tre usi del coltello: saggi sul cinema asserisce che il finale di un ottimo film drammatico deve essere racchiuso nella prima sequenza. Basterebbe analizzare i primi cinque minuti de La storia di Souleymane per rendersi conto di come il paradigma di Mamet venga rispettato sin dalla prima inquadratura. Souleymane è un immigrato clandestino che cerca di guadagnarsi da vivere come rider, una corsa continua verso un futuro che ha il rumore frastornante dei clacson delle strade parigine. La prima inquadratura ritrae il volto di Souleymane, stanco e con i segni della fatica – quella vera – ben visibili negli occhi. Si trova in uno dei centri per fare colloqui per chiedere la cittadinanza. L’edificio è affollato, straborda di gente come lui, che vuole cambiare vita, che insegue l’american dream venduto dal cinema hollywoodiano. Un sogno, però, destinato a bruciarsi come i pezzi di una pellicola di un film ormai perduto. E infatti la regia di Boris Lojkine insegue l’immagine-tempo tanto cara al neorealismo, con pedinamenti al protagonista per non dare fiato allo spettatore, per sommergerlo nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto della metropoli. La storia di Souleymane non è una riproposizione in chiave contemporanea di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, ma piuttosto uno sguardo di ambizione documentaristica – il regista d’altronde viene dalla scuola del documentario – su un realtà che è a contatto con noi quotidianamente. Una storia per raccontare un mondo. Un volto che è la sineddoche di una generazione spettrale. Rendere visibile l’invisibile, come solo il grande cinema di impegno civile è capace di fare. La storia di Souleymane si fa racconto cinetico di una lotta contro il tempo per recuperare un’identità e quindi il diritto di essere riconosciuti dallo sguardo occidentale. Souleymane ripete a memoria la lezione che deve recitare al colloquio, come se fosse un attore alle prese con il provino del film spartiacque della propria carriera. Perché non basta il dramma privato per raggiungere il diritto all’esistenza: è necessaria la finzione. La retorica, dunque, è lasciata ad altri tipi di racconto, per fare spazio a un crescendo continuo di tensione che affabula affannando il nostro sguardo rendendoci, infine, partecipi di una concezione del cinema come linguaggio in grado di mostrarci il mondo con occhi differenti.
Emanuele Antolini
