Per comprendere meglio lo sguardo sul mondo di Alain Tanner è utile riportare una sua dichiarazione apparsa nel 2009 sul settimanale “Lausanne Cités” che lo celebrava per il traguardo degli 80 anni: “Lo stato del mondo mi rattrista profondamente. C’è un vero e proprio degrado globale delle cose. Il capitalismo, che aveva una sua dinamica e ha creato ricchezza ci porta oggi a sbattere contro un muro. Non sono stufo della vita ma sono stanco di lottare per la cultura, per il cinema. Appartengo a una generazione di cui non c’è più bisogno, come i dinosauri, spariti dalla Terra”. Ecco che dunque l’anima disillusa di un cineasta che ha visto sgretolarsi davanti a sé i movimenti rivoluzionari del ‘68 si ripercuote sulle immagini che mette in scena. Non c’è però in Jonas che avrà 20 anni nel 2000 – sebbene il titolo originale riporti 25: strano mondo quello degli adattamenti italiani – una rabbia esagitata bensì il racconto di un’epoca dove la quotidianità di una vita ordinaria rappresenta una vera e propria resa verso la gabbia del consumismo. L’immobilismo della Svizzera è perciò il territorio ideale per fotografare un mondo sicuro, ricco ma al tempo stesso privo di quello slancio vitale che dall’altra parte dell’oceano portava i giovani a morire sotto i colpi delle mitragliatrici come nel finale di Bonnie e Clyde di Arthur Penn. E sempre con un altro capolavoro di Penn dialoga Jonas che avrà 20 anni nel 2000, ovvero Gli amici di Georgia, epica americana di quattro ragazzi i cui sogni di giovinezza periscono dopo la guerra del Vietnam. Alain Tanner però, cineasta profondamente europeo nato artisticamente sotto l’albero del free cinema, riduce al minimo i movimenti di macchina – “Niente movimenti all’interno delle cose vere: scivolerebbero nel vuoto” – cercando lo straniamento in una forma che lavora attraverso la frustrazione degli ambienti spogli colmati solamente da flussi di parole che ricordano il primo cinema di Jean-Luc Godard. Otto personaggi in cerca di risposte con la rivoluzione a fare da sfondo al teatro di pseudo-intellettuali incapaci di evadere dal falso paradiso svizzero, i cui confini sono ormai profondamenti segnati con il tratto indelebile e scuro del colore dei soldi. Un film anticapitalista, il racconto di un’utopia mai raggiunta, un ritratto amaro di una sconfitta sussurrata che a distanza di 50 anni dalla sua uscita appare quasi ottimista.
Emanuele Antolini
