Essere spettatore del cinema di Apichatpong Weerasethakul significa partecipare a un’esperienza di visione attiva, un processo contemplativo, un percorso attraverso apparenti tempi morti in cui si possono cogliere le “vibrazioni” di un “cinema ambientale” (termini coi quali spesso si tenta di descrivere il suo approccio registico), in cui reale e fantastico instaurano un dialogo che sa di ancestrale. Nei lavori di Weerasethakul, considerato capofila del nuovo cinema thailandese, ricorrono temi legati al credo e al pensiero filosofico orientale, come la reincarnazione e il ciclo della vita, la metamorfosi, il rapporto tra elementi umani e naturali, l’evoluzione del tempo, la memoria. «Sento che cinema e meditazione sono fortemente connessi. Quando osservi il tempo, osservi il tuo corpo; puoi percepire questi strati metafisici». Nell’ottica di un autore come Weerasethakul, l’esperienza cinematografica deve essere interiorizzata e sensoriale, fluida, dilatata nel tempo e stimolante per i sensi. Ad esempio, l’udito, cruciale in un cinema così straordinariamente ricco di elementi sonori e musicali. In Memoria, ambientato in Colombia, è proprio un suono il protagonista della storia. Lo spunto nasce da un fenomeno di parasonnia di cui ha fatto esperienza lo stesso Weerasethakul, definito “sindrome della testa che esplode”, causa di allucinazioni uditive nel passaggio tra sonno e risveglio. Come il bang, difficilmente definibile o collocabile, udito apparentemente solo dalla protagonista del film, Jessica. Il ritratto di questa donna è appena abbozzato; è straniera, vive da sola e si occupa di botanica. L’unica cosa che sembra interessarle è l’origine del misterioso suono nella sua testa, mentre le sue interazioni con i personaggi del film sono piuttosto fugaci. Eccetto quella con Hernán, un tecnico del suono nel cui studio Jessica si reca nel tentativo di comprendere e ricostruire il suono («una sfera di cemento che colpisce un muro di metallo immerso nel mare»). Tra lei ed Hernán sembra esserci una strana connessione, che nel corso del film si rivelerà determinante al fine di chiarire il mistero che tormenta la donna. La ricerca di Jessica è il filo trainante di un percorso narrativo fatto di atmosfere sospese, di interrogativi, di attesa e di un’inquietudine di fondo che permea l’inquadratura. Weerasethakul è un maestro del cosiddetto slow cinema, genere in cui la scarsità di dialoghi e la presenza di lunghi piani sequenza chiedono allo spettatore l’attiva immersione in uno stato di visione alternativo. In questo tessuto sensoriale elaborato magistralmente, si manifestano i temi cari all’autore thailandese, in particolare legati all’attraversamento di quel ponte tra passato e presente che sembra riguardare anche il significato dell’enigma di Memoria. Le chiavi interpretative in questa trama sono molteplici e fermarsi a un significato sarebbe riduttivo. La presenza di un personaggio europeo, interpretato da Tilda Swinton, in territorio sudamericano (culla di quel realismo magico al quale è vicina la sensibilità di Weerasethakul), sembra comunque accennare a un discorso politico, presente come sottotesto in molte opere del regista. Le allucinazioni di questa donna straniera sembrano l’eco (qui espresso letteralmente) di una coscienza collettiva, che chiama a riflettere, tramite il surreale immergersi in un flusso di memorie condivise che attraversa il tempo, sui traumi violenti del passato di questo Paese.
Michele Bellantuono
